H. RITZ, Perché l'Occidente odia la Russia, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 312
di Gerardo Rapini

In lingua originale tedesca, il volume è stato edito nel 2024 con un titolo diverso dalla edizione italiana Von Niedergang des Westens zur Neuerfinfung Europas (Dal declino dell'Occidente alla rinascita dell'Europa) che restituisce all'autore, molto più di quanto possa farlo la titolazione italiana probabilmente per renderlo più accattivante al lettore nostrano, la completezza dei contenuti espressi. L'autore ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia a Berlino, dove vive, ed ha insegnato all'Università di Giessen in Germania. Dal 2014 ha intrattenuto rapporti accademici con l'Università Statale di Mosca e con l'Università Statale Russa per le Scienze Umanistiche.
E' un volume che si sviluppa in 7 capitoli e che possiamo dividere in due parti.
I primi 4 capitoli sono pieni di eventi storici che ripercorrono il rapporto fra l'Occidente e la Russia, in seguito al collasso della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) fino alla Operazione Militare Speciale in Ucraina a fine febbraio 2022. L'autore si sofferma analiticamente e con piena consapevolezza sui motivi profondi e ben documentati che hanno ampliato il solco di divisione fra Occidente e Russia, con un occhio particolarmente attento alle conseguenze che essi hanno avuto e potranno essere ancor più gravi in particolare per l'Europa. Lungo questa prima parte, infatti, si sviluppa la tesi che la stretta correlazione fra l'anglosfera, con gli USA in primis, e l'Europa (meglio ancora l'Unione Europea) ha privato quest'ultima di una visione geopolitica più attenta ai propri interessi e di una sua collocazione un po' più critica rispetto all'ordine unipolare a trazione USA che, "nel vortice della logica di potere", aveva deciso, anche con l'inganno e il sotterfugio, di imporre agli ex sovietici condizioni capestro, come se avessero vinto una vera guerra guerreggiata, ma mai avvenuta. Secondo l'autore il declino dell'Europa sta principalmente e da un punto di vista storico in questa sua sudditanza all'anglosfera globalista e unipolare, per cui gli antichi risentimenti europei verso la Russia si sono intrecciati con la piena adesione alla visione neocon statunitense, fortemente neoliberista e democratica, propagandate secondo quel doppio standard che garantisce ogni condizionamento futuro. Il frutto marcio di questa apatica inconsapevolezza è maturato con il conflitto esploso in Ucraina, accuratamente preparato dai neocons USA e ingannevolmente sostenuto dagli Europei con gli accordi di Minsk I e Minsk II con la Russia. All'interno di questo quadro disintegrato, l'autore, da buon tedesco, coglie positivamente i precedenti sforzi di aver tenuto e coltivato comunque rapporti più distesi e reciprocamente vantaggiosi con la Russia compiuti da alcuni politici suoi compatrioti e principalmente dell'SPD, come W. Brandt e G. Schröder, sforzi completamente abbandonati dai successori e in particolare da A. Merkel, ritenuta un anello forte della catena russofoba europea, sottomessa agli USA. E' sorta in me l'impressione a questo punto che Ritz fosse ancora attratto dal pensiero che il declino dell'Europa potesse essere fermato da una UE riformata, ma ancora necessaria.
Questo pensiero è stato completamente spazzato via dalla seconda parte e, in particolare dal capitolo 6, dove lo studioso-filosofo Ritz analizza le cause culturali del declino a partire dall'analisi di uno studio del 1985 declassificato, opera della CIA, su come favorire in Europa dei cambiamenti di pensiero capaci di strutturare una condotta di massa decisamente antisovietica e anticomunista. Si passa, così, dalla analisi della pura e semplice propaganda mediante il finanziamento di riviste fortemente liberali e anticomuniste in Germania, Francia ed Italia, ad un più raffinato congegno mirato a coinvolgere le élites culturali europee, soprattutto quelle di sinistra, vicine ai partiti ancora dichiaratamente comunisti e ancora inclini a guardare all'URSS con una certa simpatia. E' a partire da questo spunto che vengono analizzate alcune correnti di pensiero, come, ad esempio, i Nouveaux philosophes e gli storici francesi riuniti attorno agli Annales che si "sganciano" dalla impostazione marxista di fondo, per assumere un criterio più ampio di lettura e interpretazione del pensiero filosofico e dei fatti storici. L'obiettivo è dar vita ad una sinistra non comunista, capace di sradicare quella favorevole attenzione, ritenuta ancora pericolosa, nei confronti della URSS: una vera e propria guerra fredda culturale, da affiancare alla propaganda, alla diplomazia, alle politiche antisovietiche. Da qui, l'autore analizza la convergenza culturale europea, influenzata da Nietzsche e, in particolare dalla sua definizione di "transvalutazione dei valori", verso il liberismo di sinistra che ha generato mostri assolutamente artificiali come le posizioni postmoderniste e di contrapposizione gender (natura/cultura) di una sinistra ormai irriconoscibile che ha spinto verso il declino anche culturale dell'Europa.
Le trasformazioni, pertanto, non sono solo geopolitiche, ma anche culturali, in un mondo dove le civiltà tendono a recuperare i propri valori fondativi da tenere ben presenti durante i processi di modernizzazione attualmente in atto. La cultura europea, frutto di secoli di storia e di trasformazioni, deve, pertanto, ritrovare se stessa per invertire il declino al quale l'ha portata l'abbraccio mortale con gli USA, in nome di un Occidente che Ritz definisce una anomalia della storia, come fosse qualcosa di artificialmente creato.
"Se l'Europa riuscisse a sganciarsi dagli USA e a unirsi agli Stati BRICS+, potrebbe liberarsi dalla falsa interpretazione postmoderna della propria cultura e rinnovarsi alla luce delle proprie tradizioni, seguendo così un processo che nei paesi BRICS è stato già avviato... Ora anche l'Europa è una civiltà. Potrebbe essere anch'essa uno Stato di civiltà che sviluppa un rapporto alla pari con gli stati BRICS?"(p. 278-279). Questo suggerisce Ritz come alternativa ed ha il coraggio alla fine del suo libro, di puntare lo sguardo verso il multipolarismo, come unica ancora di salvezza della civiltà europea.
Il libro è arricchito da una, purtroppo, breve ma coraggiosa e documentata prefazione di L. Canfora
