La dissoluzione dell'Unione Sovietica

10.03.2026

di Gerardo Rapini

I rapporti fra USA e URSS sono stati caratterizzati da uno scontro ideologico, in realtà caratterizzato da una matrice fortemente politica più che culturale, di contrapposizione durante tutto il periodo della guerra fredda, per giustificare il riarmo militare, le sanzioni economiche e il consolidamento delle alleanze occidentali come la NATO.

Il 25 dicembre 1991, con le dimissioni di Michail Gorbačëv, eletto nel 1985 segretario del PCUS (Partito Comunista dell'Unione Sovietica), è una data importante perchè viene dichiarata ufficialmente la fine ingloriosa dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che implode su se stessa e non per causa di attività belliche.

I segnali più evidenti della crisi iniziale furono di diverso tipo: la stagnazione economica; la dipendenza dal petrolio e dalla corsa agli armamenti.

Gorbacev tentò di salvare il sistema, attuando delle riforme (la Perestroika-Ristrutturazione e la Glasnost-Trasparenza) che, tuttavia, aggravarono la situazione, rendendola sempre più ingestibile. I tentativi di introdurre elementi di libero mercato in una economia fortemente centralizzata fruttarono ancora più caos, inflazione e peggioramento delle condizioni di vita. Le 15 repubbliche che formavano l'URSS iniziarono a rivendicare l'autonomia. Le repubbliche baltiche (Lituania, Estonia e Lettonia) furono le prime a dichiarare l'indipendenza o la sovranità tra il 1990 e il 1991. Il risorgere di identità nazionali e conflitti etnici (come nel Caucaso) rese impossibile per Mosca mantenere il controllo sul vasto territorio. Nell'agosto del 1991Un fallito tentativo da parte dei conservatori comunisti di deporre Gorbačëv indebolì definitivamente la sua autorità e portò alla ribalta Boris El'cin, accelerando lo scioglimento del PCUS.

L'Occidente non conquistò militarmente l'URSS, ma, a giudizio di molti analisti, la attrasse a sé. Gli accordi firmati a Belaveža in Bielorussia l'8 dicembre 1991 attestarono la fine della esistenza dell'URSS come "soggetto di diritto internazionale" e realtà geopolitica e decretò la creazione della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) concepita come un'organizzazione di cooperazione tra i nuovi stati sovrani. Il passaggio al capitalismo selvaggio (la cosiddetta "terapia di shock") è uno dei periodi più traumatici della storia russa moderna. Esso provocò:

  • Iperinflazione e povertà: Nel 1992, i prezzi furono liberalizzati e l'inflazione arrivò al 2.500%. I risparmi di una vita di milioni di cittadini sovietici evaporarono in pochi mesi. Molte persone si ritrovarono sotto la soglia di povertà, costrette a vendere oggetti personali per strada per mangiare.

  • Il crollo demografico: La qualità della vita peggiorò a tal punto che la Russia visse una crisi demografica senza precedenti. L'aspettativa di vita maschile crollò a circa 57-58 anni a causa di alcolismo, suicidi e un sistema sanitario al collasso.

  • La privatizzazione e gli oligarchi: Per passare rapidamente a un'economia di mercato, lo Stato svendette le enormi risorse nazionali (petrolio, gas, metalli). Poche persone con agganci politici acquistarono queste industrie per pochi rubli, diventando immensamente ricche in pochissimo tempo: nacquero così gli oligarchi.

  • Criminalità e caos: Le città divennero teatro di scontri tra bande mafiose che lottavano per il controllo dei nuovi mercati. Lo Stato era percepito come debole, corrotto e incapace di garantire l'ordine.

Il governo di Boris El'cin (1991-1999) segnò la transizione della Russia dall'Unione Sovietica a una federazione indipendente. Fu un periodo caratterizzato da riforme radicali, instabilità economica e scontri istituzionali, nella prospettiva di una transizione verso l'economia di mercato ("terapia d'urto") e di un avvicinamento, in politica estera, agli USA e alla NATO ("Occidente"). Si trattò di un vero e proprio disastro interno alla neonata Federazione Russa, al quale si aggiunse l'atteggiamento "predatorio" soprattutto di parte USA.


L''
Occidente ha gestito il rapporto con la Russia post-sovietica negli anni '90 con un approccio in tre ambiti principali:

1. Il "Consensus di Washington" e la terapia d'urto.

Gli esperti economici occidentali (in particolare del FMI e del Tesoro USA) spinsero El'cin a una liberalizzazione totale e immediata:

  • L'accusa: Invece di favorire una transizione graduale (come avvenuto in Cina), l'Occidente impose ricette che distrussero il tessuto sociale russo, permettendo al capitale straniero e ai futuri oligarchi di acquistare a prezzi stracciati le eccellenze industriali sovietiche.

  • Risultato: La Russia divenne essenzialmente un fornitore di materie prime, perdendo la sua capacità tecnologica e industriale.

2. Espansionismo geopolitico

Mentre la Russia era nel caos economico, l'Occidente ha proceduto a ridisegnare gli equilibri di potere:

  • Allargamento della NATO: Nonostante le rassicurazioni verbali date a Gorbačëv nel 1990 ("non un pollice verso est"), l'Alleanza ha iniziato a includere i paesi dell'ex blocco orientale.

  • Interventismo militare: Bombardamenti come quello sulla Jugoslavia (1999) sono stati percepiti da Mosca come la prova che l'Occidente, guidato dagli USA, ignorava il diritto internazionale e gli interessi russi non appena la Russia non era più in grado di reagire militarmente.

3. Fuga di capitali e "cervelli"

Durante il governo El'cin, l'Occidente fu la destinazione principale per:

  • Capitali illeciti: miliardi di dollari sottratti alle casse dello Stato russo finirono nei paradisi fiscali occidentali o nel mercato immobiliare di Londra e New York, spesso con la tacita approvazione dei governi locali.

  • Capitale umano: Scienziati, ingegneri e accademici russi di alto livello, rimasti senza stipendio, furono attirati massicciamente verso le università e le aziende americane ed europee.