La spina nel fianco-Parte II. L'Iran, l'escalation e le ombre italiane
05.03.2026

di Sergio Saraceni
L'Iran degli Ayatollah, quel fronte di resistenza anti-imperialista che abbiamo delineato nel precedente saggio per questa testata, è come un enigma irriducibile all'egemonia americana e si trova oggi al centro di un'escalation che non è un mero incidente bellico, ma il culmine di una strategia deliberata. Negli ultimi giorni, l'attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele su Teheran e altri obiettivi strategici ha provocato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e il fallito attentato alla vita dell'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, figure emblematiche di una sovranità iraniana che ha osato sfidare l'ordine unipolare. Non si tratta di un conflitto improvvisato, bensì di un'operazione chirurgica – almeno nei proclami ufficiali – volta a decapitare una leadership che, dal 1979, ha incarnato l'autodeterminazione di un popolo contro le ingerenze esterne. Eppure, in questo dramma geopolitico, emerge un paradosso disincantato: l'Iran, pur ferito, rimane un laboratorio vivente di resistenza, mentre i suoi aggressori rivelano la fragilità di un imperialismo che, per affermarsi, deve ricorrere a misure estreme.
L'attacco e la difesa dell'autodeterminazione iraniana
L'operazione, denominata dai media occidentali "Thunderbolt" o equivalenti, ha visto l'impiego di droni stealth e missili di precisione, colpendo installazioni nucleari, basi militari e il cuore simbolico di Teheran. I rapporti preliminari – corroborati da fonti indipendenti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e osservatori neutrali – indicano un bilancio di centinaia di vittime civili, con infrastrutture critiche compromesse. Khamenei, 86 anni, e Ahmadinejad, 69, sono caduti in un contesto di guerra asimmetrica che ricorda i precedenti assassini mirati, come quello del generale Soleimani nel 2020 e di molti altri leader di Hezbollah.
In questo scenario, difendere l'Iran degli Ayatollah non significa abbracciare acriticamente la sua teocrazia sciita, ma riconoscere il principio fondamentale dell'autodeterminazione dei popoli, (tra l'altro ma non per questo a noi caro, sancito dal diritto internazionale e dalla Carta delle Nazioni Unite art. 1, par. 2). L'Iran post-1979 ha rappresentato un modello alternativo al paradigma liberale-capitalista imposto dagli Stati Uniti: una repubblica islamica che ha nazionalizzato le risorse petrolifere, sostenuto movimenti di liberazione in Medio Oriente (dal Libano alla Palestina) e resistito a sanzioni economiche che, secondo stime dell'ONU, hanno causato perdite per ben oltre 1.000 miliardi di dollari dal 1979. Contro l'imperialismo americano – un sistema che, come osservato da studiosi quali Noam Chomsky e Edward Said, opera attraverso una "dottrina del destino manifesto" aggiornata al XXI secolo – l'Iran ha affermato il diritto di ogni nazione a determinare il proprio cammino politico, religioso e economico senza interferenze esterne.
Gli USA, con il sostegno incondizionato di Israele, non combattono un regime "canaglia" per motivi umanitari, ma per neutralizzare una spina nel fianco che ostacola il controllo delle rotte energetiche (Stretto di Hormuz) e il contenimento di un blocco multipolare (Russia-Cina-Iran). In un'analisi scientifica, si può citare il paradigma realista di John Mearsheimer: l'aggressione è un atto di bilanciamento di potere, volto a prevenire l'emergere di un attore regionale capace di sfidare l'egemonia atlantica. Eppure, questa strategia si rivela disincantatamente controproducente: ogni attacco rafforza la resistenza interna iraniana, come dimostrato dalle manifestazioni di massa post-attacco, e accelera l'ascesa di una nuova leadership potenzialmente più intransigente.
Gli aumenti in arrivo e l'impatto sull'Italia: una guerra che non ci conviene
Mentre l'Occidente celebra una presunta "vittoria strategica", l'Italia – e l'Europa intera – ne paga il prezzo immediato. Le quotazioni del Brent hanno superato i 120 dollari al barile nelle ore successive all'attacco, con proiezioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) che indicano un incremento del 15-20% nei costi energetici per i prossimi sei mesi. Per un Paese come il nostro, dipendente per il 40% dalle importazioni di gas e petrolio dal Medio Oriente, ciò si traduce in un salasso: bollette energetiche in rialzo del 25%, inflazione al 5-6% e un aggravio sul PIL stimato in 0,8 punti percentuali dal Centro Studi Confindustria.
Questa guerra non giova all'Italia per ragioni strutturali. Non siamo un impero espansionista, ma una nazione mediterranea che ha storicamente beneficiato di equilibri multipolari, come durante la Guerra Fredda. L'instabilità in Iran accelera la transizione verso un mondo polarizzato, dove l'Europa – e l'Italia in particolare – rischia di diventare vassallo energetico di alternative costose come il GNL americano o i fornitori sauditi, entrambi allineati all'asse Washington-Tel Aviv. In termini scientifici, si tratta di un effetto domino sull'economia globale: l'interruzione delle rotte marittime (già compromesse dagli Houthi yemeniti, alleati di Teheran) aumenta i costi logistici, con ripercussioni sull'inflazione alimentare e manifatturiera. Per l'Italia, ciò significa un ulteriore colpo alle PMI, già provate dalla pandemia e dalla transizione verde, e un rischio di disoccupazione strutturale nel settore energetico.
La presenza di Crosetto a Dubai: conflitti d'interesse e l'ombra di Leonardo
In questo contesto, non può passare inosservata la presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto a Dubai nei giorni immediatamente precedenti l'escalation. Ufficialmente, Crosetto ha partecipato all'IDEX 2025 (International Defence Exhibition & Conference), estesa al 2026 in formato ampliato, per promuovere l'industria italiana della difesa. Eppure, questa apparizione solleva interrogativi seri su potenziali conflitti d'interesse, specialmente considerando i legami storici del ministro con Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), colosso nazionale degli armamenti.
Crosetto, prima di assumere l'incarico ministeriale nel 2022, è stato presidente dell'AIAD (Associazione Italiana per l'Aerospazio, Difesa e Sicurezza) dal 2014 al 2021, ruolo che lo ha visto interfacciarsi quotidianamente con Leonardo, di cui è stato consulente strategico. Secondo documenti pubblici e inchieste giornalistiche (ad esempio, quelle del “Corriere della Sera” e di “Domani”), Crosetto ha percepito compensi significativi da Leonardo – oltre 600.000 euro nel solo 2021 – in qualità di advisor per operazioni internazionali. Leonardo, con un fatturato di 15 miliardi di euro nel 2025, è un attore chiave nelle forniture belliche a Israele e agli USA: sistemi radar, elicotteri da combattimento e droni come il Falco XN sono esportati in Medio Oriente, spesso in contesti controversi come il conflitto yemenita o la sorveglianza dei confini israeliani.
La presenza a Dubai – hub globale per commesse armate, con partecipazione di delegazioni israeliane e americane – appare disincantatamente opportunistica. In un'analisi rigorosa, si può evocare il paradigma della "porta girevole" (revolving door) studiato da economisti come Joseph Stiglitz: ex lobbisti che transitano al governo portano con sé reti di interesse che influenzano le politiche pubbliche. Per Crosetto, difendere l'export italiano di armi (che rappresenta il 2% del PIL nazionale, secondo SIPRI) significa promuovere un settore che beneficia direttamente dall'instabilità mediorientale. L'Italia, con Leonardo come fiore all'occhiello, ha visto esportazioni verso Israele crescere del 30% tra 2023 e 2025, in un contesto di escalation che ora coinvolge l'Iran. Questa vicinanza non solo solleva dubbi etici – in linea con le risoluzioni ONU sul controllo degli armamenti – ma compromette la neutralità italiana, esponendoci a ritorsioni economiche (es. boicottaggi energetici iraniani) senza alcun vantaggio strategico.
L'Iran come nazione scomoda: la moneta sovrana e il legame con i BRICS
Un aspetto spesso sottaciuto, ma decisivo, della "scomodità" iraniana risiede proprio nella sua politica monetaria. L'Iran è una delle poche nazioni al mondo a mantenere una moneta sovrana – il rial – emessa e controllata integralmente dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica, senza subordinazione al dollaro statunitense o al sistema SWIFT per le transazioni essenziali. Dal 2012, in risposta alle sanzioni primarie e secondarie imposte dagli USA, Teheran ha sviluppato un sistema di pagamento alternativo (SEPAM) e ha progressivamente de-dollarizzato il proprio commercio estero, scambiando petrolio e gas in yuan, rubli, rupie e persino in oro o baratto diretto.
Questa scelta non è solo tecnica: è un atto di sovranità monetaria che sfida il monopolio del petrodollaro, pilastro dell'egemonia americana dal 1973. L'Iran ha dimostrato che un'economia medio-grande può sopravvivere – pur con costi elevati – senza inchinarsi al sistema finanziario occidentale. Il parziale allineamento con i BRICS (dal 2023 l'Iran è membro effettivo del blocco allargato) ha ulteriormente rafforzato questa traiettoria: accordi bilaterali con Cina e Russia per il commercio in valute nazionali, partecipazione al New Development Bank e al Contingent Reserve Arrangement, e progetti infrastrutturali come il corridoio INSTC (International North-South Transport Corridor) che bypassano le rotte controllate dagli USA.
In termini economici, l'Iran rappresenta un caso studio di "de-dollarizzazione attiva": secondo dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) e del FMI, la quota di scambi iraniani in dollari è scesa sotto il 20% nel 2025, mentre quella in yuan ha superato il 40%. Questo modello, se replicato su scala più ampia, minaccia il privilegio esorbitante del dollaro (la capacità degli USA di finanziare deficit cronici stampando moneta globale). Non è un caso che l'attacco recente abbia colpito anche infrastrutture finanziarie e bancarie iraniane: l'obiettivo non è solo militare dunque, ma mira a colpire alla radice un esperimento di sovranità monetaria che potrebbe ispirare altri Stati del Sud globale. L'Iran degli Ayatollah, in questo senso, è ulteriormente scomodo non solo per le sue posizioni, ma perché dimostra che un'alternativa concreta al sistema dollarocentrico è possibile – e funzionante, seppur a caro prezzo.
Uno scontro per misurare la potenza iraniana: una prospettiva realista
In conclusione, l'attacco recente potrebbe non essere l'epilogo di un conflitto, ma un test deliberato per misurare la resistenza iraniana. Da un punto di vista puramente umano, si tratta di una "prova di forza" asimmetrica: gli USA e Israele, forti di superiorità tecnologica (droni MQ-9 Reaper, sistemi Iron Dome), mirano a valutare la capacità di risposta di Teheran in termini di cyber-difesa, missili ipersonici (come il Fattah-1) e reti di proxy (Hezbollah, Houthi). Secondo modelli di teoria dei giochi applicati alla strategia militare (es. quelli di Thomas Schelling in “Arms and Influence”), questo scontro serve a calibrare future negoziazioni: se l'Iran resiste senza collassare, rafforza il suo ruolo multipolare; se implode, apre la via a un Medio Oriente ridisegnato a immagine occidentale.
Tuttavia, in questa disincantata partita a scacchi, l'Iran degli Ayatollah rimane un paradigma di autodeterminazione: un popolo che, pur con le sue contraddizioni interne, ha osato sfidare l'egemonia americana, affermando un modello alternativo basato su sovranità e resistenza. L'Italia, lontana da questi teatri, non ha nulla da guadagnare da tale conflitto: solo costi crescenti e una dipendenza energetica che ci rende ostaggi di dinamiche altrui. È tempo di ripensare la nostra postura internazionale, non come vassalli atlantici, ma come nazione mediterranea che privilegia il dialogo multipolare. Altrimenti, la spina nel fianco non sarà solo quella iraniana, ma la nostra stessa irrilevanza globale.
