Il crepuscolo dell’unipolarismo americano e la malafede di Israele
di Sergio Saraceni

In un'epoca che ha già voltato pagina rispetto all'illusione Americana, gli eventi delle ultime ventiquattro ore tra Washington e Teheran non rappresentano un semplice incidente diplomatico, bensì una parabola esemplare del declino strutturale dell'egemonia statunitense. Quello che si è consumato tra il 7 e l'8 aprile 2026 – minacce apocalittiche seguite da un rapido dietrofront – non è stato altro che un bluff calcolato, messo in scena da un impero che tenta ancora di esercitare la propria volontà attraverso la retorica della forza, pur sapendo di non disporre più né della capacità materiale né del consenso interno ed esterno per tradurla in azione.
Il Presidente Trump ha scelto toni da tragedia biblica: l'Iran definito «minaccia esistenziale», promesse di «conseguenze mai viste prima». L'obiettivo era evidente: provocare Teheran affinché commettesse un errore, fornendo il casus belli per un intervento su vasta scala. Nel giro di poche ore, però, il linguaggio è mutato: da dichiarazioni bellicose a un cauto «monitoriamo la situazione» e «speriamo nella via diplomatica». Nessuna escalation militare concreta. L'Iran ha risposto con fermezza verbale e con la disciplina operativa di chi lotta con dei valori che dettano l'azione, rifiutando quindi di cadere nella trappola. Il bluff è stato smascherato.
Questo episodio illumina con spietata lucidità il declino dell'unipolarismo americano. Gli Stati Uniti non sono più in grado di imporre un ordine globale fondato sulla propria supremazia assoluta. L'apparato decisionale di Washington è lacerato da divisioni interne profonde: il Congresso si mostra sempre più cauto di fronte a nuove avventure, la base MAGA – nella sua componente isolazionista e antinterventista – frena con forza, mentre l'economia nazionale non può permettersi un nuovo shock energetico derivante da una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz o da un conflitto regionale esteso. La "testa grossa" dell'impero, fatta di retorica altisonante e proclami imperialisti, poggia su "piedi d'argilla": risorse limitate, consenso fragile, alleati sempre meno disposti a seguire Washington in imprese solitarie. In un mondo multipolare – dove Cina e Russia offrono alternative credibili, e potenze regionali come l'Iran dimostrano una resistenza strategica – la vecchia tattica della provocazione continua si è trasformata in un boomerang sistematico. Quando un impero è costretto a bluffare in modo così plateale, significa che ha già iniziato a perdere terreno su ogni fronte. Il Re è nudo davanti alla platea globale.
In questo quadro assume un rilievo strategico decisivo il ruolo di Hezbollah in Libano. Il "Partito di Dio" non è un semplice attore locale, bensì il braccio armato più avanzato della strategia iraniana di "profondità difensiva". Dal 2 marzo 2026, Hezbollah ha riaperto un fronte libanese in piena solidarietà con Teheran, rispondendo agli attacchi USA-Israele con lanci di razzi e droni che hanno costretto Israele a combattere su due teatri simultanei. Nonostante le pesanti perdite – oltre 1.500 morti libanesi e centinaia di migliaia di sfollati – Hezbollah ha dimostrato una capacità che va ben oltre la mera sopravvivenza militare: ha trasformato il Libano meridionale in un teatro di attrito prolungato, imponendo a Tel Aviv un costo umano ed economico crescente. Hezbollah non combatte per Teheran in senso subordinato; agisce come avanguardia di un asse che impone al nemico un conflitto asimmetrico e logorante. Se Washington sceglierà di restare "ferma" – come sembra indicare il rapido raffreddamento di Trump – Hezbollah continuerà a rappresentare un fattore di destabilizzazione permanente per Israele, impedendole di concentrare tutte le proprie forze su un unico obiettivo.
Ed è proprio qui che emerge con chiarezza la malafede di Israele. Se l'amministrazione americana mostrerà altra esitazione, Tel Aviv non seguirà necessariamente la stessa linea. Le mire espansionistiche di Israele sono infatti ben chiare e dichiarate: dalla creazione di zone cuscinetto di sicurezza nel Libano meridionale fino alla distruzione sistematica delle infrastrutture di Hezbollah, e alla ridefinizione dei confini strategici in chiave di "Grande Israele" di fatto. Netanyahu e il suo governo non hanno mai nascosto l'intenzione di sfruttare ogni finestra di opportunità per espandere il controllo territoriale e neutralizzare in via definitiva le minacce percepite. Un'America ferma lascerebbe Israele libera di agire unilateralmente, trasformando il Libano in un teatro di operazioni espansionistiche senza freni esterni.
A dimostrare questa malafede non servono ipotesi astratte: basta guardare all'attacco di questi ultimi giorni contro la sinagoga Rafi-Nia di Teheran. Nel cuore della capitale iraniana, un luogo di culto ebraico millenario – simbolo della presenza storica della comunità ebraica in Iran – è stato completamente distrutto dai raid coordinati USA-Israele. Le immagini mostrano macerie, libri della Torah sparsi tra le rovine, soccorritori che frugano tra i detriti. Israele ha negato di aver "intenzionalmente" preso di mira una sinagoga, sostenendo che si sia trattato di un "danno collaterale". Ma la realtà è più cruda e rivelatrice: mentre Tel Aviv si presenta al mondo come l'unico Stato ebraico, paladino della sicurezza di tutti gli ebrei, bombarda un luogo sacro ebraico in territorio nemico. È un atto di ipocrisia che getta la maschera. Non si tratta di un errore tattico: è la dimostrazione che la retorica della "difesa degli ebrei" è strumentale, subordinata agli obiettivi geopolitici di espansione e dominio regionale. La comunità ebraica iraniana – che vive in Iran da secoli in un equilibrio reale con le altre fedi ed il governo della rivoluzione – diventa così vittima collaterale di una narrazione che serve solo a legittimare aggressioni. Questa malafede non è nuova, ma in questo contesto assume un valore simbolico ulteriormente devastante: Israele non difende gli ebrei; difende il proprio progetto egemonico, anche a costo di colpire sinagoghe e di alienare proprio quella diaspora che pretende di rappresentare.
L'episodio del bluff trumpiano, combinato con l'azione israeliana in Libano e l'attacco alla sinagoga di Teheran, rivela dunque una frattura profonda nell'asse USA-Israele. Se Washington è costretta a frenare per ragioni interne ed economiche, Tel Aviv è pronta a spingere oltre, rivelando che l'alleanza non è più monolitica e che gli interessi di potenza di Israele non coincidono automaticamente con quelli di un'America in declino. Il risultato - se ciò dovesse rivelarsi - sarà un indebolimento complessivo della percezione di coesione e forza dell'asse atlantico-israeliano in generale.
Constatare il declino dell'unipolarismo è un atto di realismo necessario e la storia non perdona chi continua a confondere il palcoscenico mediatico con la realtà strategica. La diplomazia vera – quella che nasce dal riconoscimento reciproco dei limiti di potenza – resta l'unica via percorribile per gli Usa. Il grande bluff delle ventiquattro ore e la malafede israeliana sono la cartina di tornasole di un'epoca che sta finendo.
L'impero ha mostrato i suoi piedi d'argilla. Il mondo ne ha preso subito atto. E la storia, come sempre, procede inesorabile.
