Il verbo vedere nel Vangelo secondo S. Giovanni. Una riflessione biblica sulla Pasqua.
di Gerardo Rapini
"Vedere il regno di Dio" nel vangelo secondo Giovanni.

"In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio … In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito non può entrare nel regno di Dio." Gv 3,3.5
Questi versetti del Vangelo secondo S. Giovanni fanno parte del racconto relativo alla visita notturna di Nicodemo "uno dei capi dei Giudei" (Gv 3,2) a Gesù . Secondo gli studiosi, quando i vangeli riportano parole di Gesù introdotte da "in verità, in verità" (in ebraico e in aramaico, "amen, amen"), sono proprio quelle che Gesù ha detto, e, per questo, assumono una valenza particolarmente importante. Gesù evidenzia che il regno di Dio può essere visto prima di entrare in esso. E', a mio giudizio, un aspetto interessante da approfondire, considerato che la lingua italiana e il riferimento alla nostra quotidianità qualche problema lo creano. Cosa si intende nei vangeli con vedere?
E' singolare, intanto, il fatto che questi due brevi versetti siano in gran parte identici, con solo due differenze:
Gesù annuncia una nuova nascita che viene dall'alto, da acqua e Spirito, chiaro riferimento implicito al sacramento del Battesimo;
Nel primo c'è il verbo vedere; nel secondo il verbo entrare. Se Gesù stesso li colloca così, prima uno e poi l'altro, mette in evidenza che l'ingresso nel regno di Dio è preceduto dal fatto che è possibile vederlo.
Il verbo vedere, assieme ad alcuni altri simili nel significato come guardare, osservare, contemplare, è presente nei vangeli diverse centinaia di volte, all'incirca poco più di 600. Questa considerazione potrebbe indurci a vederla come una stranezza. In realtà lo studio della Bibbia sottolinea molto la importanza delle ripetizioni, definite più propriamente ricorrenze.
Il verbo vedere, utilizzato comunemente nella lingua italiana in rapporto diretto con i nostri occhi, suscita soprattutto considerazioni collegate alla realtà sensibile, alla percezione diretta e visiva delle cose. Gesù, però, nei due versetti citati, si riferisce, oltre all'acqua che ci raffiguriamo facilmente attraverso l'esperienza visiva di tutti i giorni, anche due elementi particolari del vedere che sono il nascere dall'alto e nascere da Spirito, che sfuggono alla nostra vista umana in quanto invisibili, più propriamente, spirituali.
I testi antichi dei vangeli, scritti in lingua greca, ci aiutano a capire che cosa si intende quando viene usata la parola vedere.
I verbi greci che vengono utilizzati sono 5, strutturalmente e formalmente diversi fra loro, mentre nella lingua italiana sono tutti tradotti con vedere e con sinonimi. In più casi il contesto in cui sono inseriti aiuta ad attribuirne il significato corretto. Li metto secondo un ordine progressivo per spiegarli:
Blepo (βλέπω): vedere con gli occhi e viene utilizzato quando si raccontano fatti concreti.
Theoreo (θεωρέω): vedere qualcosa che stimola la osservazione attenta di un evento importante che vediamo e ci riguarda, ma che implica un coinvolgimento personale, per cui chi osserva si sforza anche di capire cosa vede con gli occhi per coglierne il senso ed è spinto così ad elaborare una o più ipotesi ai fini di una maggiore e più attenta comprensione del fenomeno che si sta vedendo.
Theaomai (θεάομαι): sono semplice spettatore di qualcosa che sto vedendo ed è significativo. Questo termine viene tradotto generalmente in italiano nei vangeli con contemplare. (Gv 1,32)
Orao (ὁράω): è un verbo molto raffinato del pensiero greco; spinge la mente di chi vede verso la consapevolezza (sapere) e la comprensione (comprendere) profonda di un evento visivo, quando è coniugato nel tempo aoristo. Caratterizza un'azione istantanea, puntuale e decisiva; come se la propria mente avesse lavorato "in silenzio" finché l'idea non è diventata troppo grande per restare nascosta.
Risulta anche la presenza di un quinto verbo, ma è usato una sola volta e, quindi non lo si prende solitamente in considerazione.
I vangeli, scritti in greco, si rivolgevano a persone che nella vita quotidiana usavano questi verbi e ne conoscevano benissimo le diversità di significato, riconducibili al vedere.
Tutto questo è importante perché nel Vangelo secondo Giovanni c'è un episodio, il racconto della resurrezione di Gesù che utilizza 3 di essi in successione progressiva e, più esattamente, il primo (Blepo), il secondo (Theoreo) e il quarto (Orao). E' molto importante perché ci mette davanti il dinamismo del vedere cristiano, ossia come dal vedere con gli occhi del corpo si giunge alla fede: "vide e credette" (Gv. 20,8). Mi riferisco al racconto della visita al sepolcro dove Gesù era stato deposto, come lo narra Giovanni evangelista. (Gv. 20,1-10)
Maria di Magdala si recò al sepolcro e vide (blepei) con gli occhi che la pietra "era stata tolta dal sepolcro". Giunse correndo Giovanni, l'unico discepolo di Gesù presente alla sua sepoltura; "si chinò; vide (blepei) i teli posati, ma non entrò". (Gv 20, 5).
Subito dopo, arrivò Pietro; "entrò per primo nel sepolcro e osservò (theorei) "i teli posati e il sudario, posto sul capo di Gesù, avvolto in un luogo a parte". (Gv 20, 6-7) La Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nel 1974, traduce theoreo con "vide"; quella del 2008 con "osservò". L'evangelista Giovanni qui ci fornisce un indizio importante: il sudario è "avvolto". La conclusione, ancora discussa dagli esegeti, ma che è più accreditata, è che l'attenzione di Pietro è stata attirata da questo oggetto: il sudario era gonfio come se avvolgesse ancora il capo di Gesù, non più presente insieme al resto del corpo. (Vedi la riproduzione qui sotto di una antica icona sulle Mirofore), Quindi, Pietro osserva attentamente il sudario e i teli e la sua mente è come se si fosse fermata su un pensiero: "Cosa significa per me quanto sto vedendo", come se cercasse nella sua mente una possibile risposta, scavando nella sua esperienza pregressa di giudeo e di discepolo di Gesù.
Poi entrò nel sepolcro Giovanni che non descrive i particolari, ma, molto sinteticamente, scrive "vide (ἰδεῖν – idein ) e credette" (Gv 20,8); Il verbo greco utilizzato da Giovanni, tradotto in italiano con vide è ἰδεῖν – idein, aoristo attivo di Orao e prende il significato di sapere, comprendere Qualsiasi persona di lingua greca che avesse avuto conoscenza del vangelo, avrebbe capito subito che Giovanni voleva dire: "Adesso, in questo preciso istante, vedo e so, (ho compreso), che Gesù è veramente risorto da morte, come aveva detto a noi discepoli" (Gv 2,22; e per ben 3 volte in Matteo, Marco e Luca). Scrive, infatti Giovanni: "vide e credette". Aveva oltrepassato gli occhi della carne, grazie alla fede.

L'evangelista Giovanni affida ai segni del sepolcro l'inizio del cammino verso il grande mistero del regno di Dio: la pietra che chiude il sepolcro rotolata via, i teli e il sudario che avvolgono il corpo. In una tomba ebraica non si trovava altro, diversamente dalle tombe pagane. Quei segni richiamano e attestano che Gesù ha veramente patito, è morto sulla croce ed è stato deposto nel sepolcro ed i vangeli raccontano la passione, la morte e la deposizione di Gesù nel sepolcro fedelmente fin nei particolari; i testimoni, e fra gli apostoli il solo Giovanni, lo hanno visto con i loro occhi e ne hanno dato ampio resoconto, affinché nessuno sia ingannato. Sono i segni che ci indicano la via sicura da percorrere verso la Pasqua e verso il regno di Dio in Gesù Cristo risorto da morte. (1Cor.15,12-20)
