La Gabbard molla la guida degli 007: quando anche le “aquile indipendenti” vengono silurate nella Casa Bianca di Trump

24.05.2026
di Sergio Saraceni

La notizia arriva come un colpo di scena calcolato: Tulsi Gabbard, ex congressista democratica convertita alla causa trumpiana e nominata a capo della National Intelligence (la potentissima struttura che coordina tutti i 18 servizi segreti americani), ha rassegnato le dimissioni. La motivazione ufficiale è personale e drammatica: il marito è stato colpito da una rarissima forma di cancro alle ossa. Un dramma familiare che nessuno si permetterebbe di mettere in discussione.

Ma dietro la cortina di comprensibile umanità, emerge un quadro politico molto più concreto e spietato. Gabbard era da mesi in rotta di collisione con Trump e con parte del suo entourage. Le tensioni riguardavano soprattutto la linea da tenere sull’Iran, sulla gestione delle operazioni covert e sulla narrazione intorno al nucleare di Teheran. Non è un mistero: la ex candidata alla presidenza 2020 ha sempre mantenuto una posizione scettica verso le guerre senza fine in Medio Oriente, ereditata dalla sua vecchia anima anti-interventista.

Il ruolo più delicato dell’impero

Per capire la gravità del fatto, bisogna ricordare cosa significa realmente essere Director of National Intelligence (DNI) negli Stati Uniti. Non si tratta di un semplice direttore di agenzia: è il vertice dell’intero apparato intelligence americano. Coordina CIA, NSA, FBI (per gli aspetti esteri), DIA, NRO e tutte le altre sigle che compongono il mostruoso complesso di sorveglianza e azione clandestina più potente del pianeta.

Il DNI ha accesso a tutte le informazioni riservate, redige la daily brief per il Presidente, influenza direttamente le decisioni strategiche su guerra, pace, sanzioni, operazioni sotto copertura e alleanze internazionali. È uno dei pochi ruoli in cui la lealtà personale al Presidente deve convivere con la fedeltà alla “ragion di Stato” dell’impero e agli interessi permanenti del deep state. Un equilibrio quasi impossibile.

Gabbard era stata scelta proprio per la sua immagine di “outsider” rispetto al partito democratico e per il suo presunto pragmatismo. Eppure, anche lei ha finito per scontrarsi con il tycoon. Prima la testimonianza di giugno 2025 sul “Midnight Hammer” (l’operazione contro l’Iran), poi le divergenze sulla valutazione reale della minaccia nucleare di Teheran, infine l’esclusione progressiva dalle riunioni più riservate.

Ma non è la prima testa a cadere

Questo non è un caso isolato. È il terzo episodio significativo di “rottura” ad alto livello nell’amministrazione Trump 2.0. Prima di lei avevano già lasciato posizioni chiave figure che avevano mostrato eccessiva autonomia di giudizio o resistenze su alcuni dossier caldi (dalla politica verso la Russia alla gestione interna dell’intelligence). Si prenda l'esempio di Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo che ad Aprile ha rassegnato le dimissioni dal suo ruolo nonostante la sua lunga carriera da ex Berretto Verde, ex agente CIA, ex candidato repubblicano anti-establishment, di cui ho scritto già sul sito di 2dipicche.news. 
Ancora una volta è chiaro come Trump non tolleri le dissonanze nel cerchio magico, soprattutto su temi delicato come le guerre da dover continuare a combattere. 

Il messaggio che arriva è chiarissimo: nella seconda presidenza Trump la lealtà personale conta più dell’esperienza o della competenza specifica. Chi non si allinea perfettamente rischia di essere messo da parte, anche quando – come nel caso di Gabbard – ha dimostrato di saper navigare tra le correnti più torbide di Washington.

Da un lato c’è la necessità (oggettivamente legittima quanto comprensibile a chi ha l'onestà di volerlo ammettere) di un Presidente di avere intorno solo persone fidate dopo anni di sabotaggi interni subiti nella prima amministrazione. Dall’altro, emerge il rischio reale di una progressiva omogeneizzazione dell’apparato di intelligence, con la conseguente perdita di quel pluralismo di analisi (per quanto limitato) che dovrebbe caratterizzare una grande potenza (purtroppo) quale quella statunitense.

Un addio che pesa

Tulsi Gabbard se ne va con una dichiarazione dignitosa e un marito da curare. Lascia un posto che verrà occupato ad interim da Aaron Lukas, figura più allineata all’attuale linea della Casa Bianca.

La sua uscita segna un altro capitolo nella lunga storia delle “teste che rotolano” quando il potere decide di serrare i ranghi. In un sistema in cui l’intelligence è ormai l’arma politica per eccellenza, l’indipendenza di pensiero resta un lusso pericoloso (per quanto di “indipendenza di pensiero” si possa parlare per chi raggiunge tali livelli nel sistema americano).

Che sia per motivi familiari o per incompatibilità strategica, il fatto resta: anche chi sembrava più “diverso” nel firmamento trumpiano ha dovuto fare i conti con la dura legge del capo.

L’imperatore del ciuffo giallo non ama i soldati che pensano troppo con la propria testa. Nemmeno quando indossano la divisa della sua stessa intelligence.