PUTIN E IL MULTIPOLARISMO (parte prima)
di Gerardo Rapini


Putin era ai più uno sconosciuto, quando El'cin, presidente della Federazione Russa nel 1999, lo nomina all'età di 47 anni primo ministro e, dopo appena 4 mesi, formalizzate le sue dimisioni, presidente ad interim. Questa data segna uno spartiacque che lo proietta, da ex membro del KGB per 16 anni, alla guida, pressoché ininterrotta, del governo della Russia e della politica estera. Prima di questo incarico era stato scelto come vicesindaco di Leningrado (San Pietroburgo) sotto Anatoly Alexandrovic Sobchak che lo volle nel suo staff insieme a Dimitri Anatol'evic Medvedev.
Alle elezioni del nuovo presidente, indette per il 31 marzo del 2000, in una Russia impoverita e depredata dalle élites neoliberiste occidentali e autoctone, Putin si candida e deve vedersela con altri 10 candidati fra i quali il più noto e battagliero oppositore delle privatizzazioni volute da El'cin ed esponente del Partito Comunista Gennadij Andreevič Zjuganov. Primakov, anche lui personaggio noto ed influente, in un primo momento decide di partecipare alla competizione elettorale con un partito di coalizione "Patria-Tutta la Russia" (OVR). Si racconta che Primakov ebbe un incontro con Putin e si convinse che fosse lui l'uomo giusto al Cremlino per il dopo El'cin. Decise, pertanto, di ritirare la sua candidatura e di sostenerlo con tutto il suo partito. Putin vince le elezioni proprio grazie al sostegno di Primakov con quasi il 53% dei voti, risultando il più votato nella totalità dei distretti elettorali, tranne che in 5 di essi. Dietro di lui il comunista Zjuganov che raccoglie quasi il 30%. Ai più il programma elettorale di Putin non presenta un orientamento molto chiaro e coerente a fronte degli immani problemi nei quali la Russia post sovietica era sprofondata.
Agli inizi degli anni 2000, Vladimir Putin deve affrontare una serie di critiche sfide di politica interna, ereditate dalla caotica gestione di Boris El'cin negli anni '90, con l'obiettivo principale di consolidare il potere centrale, restaurare l'ordine e stabilizzare l'economia russa.
POLITICA INTERNA.

La Cecenia e il terrorismo (1999-2009)
La Guerra cecena (1999-2009) e il terrorismo di matrice separatista hanno rappresentato la sfida più drammatica per la stabilità della Russia all'inizio degli anni 2000. Questa guerra ha ridefinito l'assetto politico russo e la gestione della sicurezza interna.
Basaev e Khattab guidarono circa 2.000 miliziani (la "Brigata Islamica Internazionale") dal territorio ceceno verso il Daghestan montuoso. I loro obiettivi principali erano:
Creare un Califfato: Proclamare uno Stato Islamico indipendente che unisse Cecenia e Daghestan.
Supportare i ribelli locali: Rispondere all'appello dei radicali islamici (wahabiti) del Daghestan che si erano ribellati all'autorità di Mosca.
Accesso al Mar Caspio: Garantire alla Cecenia uno sbocco strategico sul mare, rompendo l'isolamento geografico.
Per risolvere il conflitto, Putin adottò una duplice strategia:
Repressione Militare: Uso massiccio della forza per riprendere Groznyj e le principali città cecene, pressoché ridotte in macerie.
Cecenizzazione: Il Cremlino affidò il potere a figure locali fedeli a Mosca. Il primo fu Akhmad Kadyrov, ex ribelle passato ai russi, assassinato poi in un attentato nel 2004. A lui succedette il figlio, Ramzan Kadyrov, che stabilizzò la regione con l'appoggio di Mosca.


Poco dopo l'inizio dei combattimenti, esplosero palazzi residenziali in varie città russe. Sebbene Basaev negasse il coinvolgimento diretto in quegli attentati, il Cremlino accusò i suoi uomini, identificandolo come il principale nemico. Negli anni 2000, il terrorismo si spostò dal campo di battaglia alle città russe, colpendo obiettivi civili per forzare il ritiro delle truppe federali:
Crisi del teatro Dubrovka (2002): Un commando ceceno prese in ostaggio circa 850 persone a Mosca. Il blitz delle forze speciali russe con gas narcotizzante portò alla morte di circa 130 ostaggi e di tutti i terroristi.
Strage di Beslan (2004): Il 1° settembre, terroristi occuparono una scuola in Ossezia del Nord. L'assedio terminò con una violenta battaglia che causò 334 morti, di cui 186 bambini.
2. Rapporto con gli oligarchi.
Per consolidare il potere, Putin intraprese una lotta contro gli oligarchi neoliberisti che avevano accumulato enormi fortune e influenza politica negli anni '90.
"Patto di lealtà": gli oligarchi potevano mantenere le proprie ricchezze a patto di non interferire nella politica.
Chi si oppose, come Vladimir Gusinskij e Boris Berezovskij, fu costretto all'esilio e perse il controllo di importanti emittenti televisive (come NTV e ORT), che passarono sotto il controllo statale e il controllo anche delle attività industriali ed estrattive privatizzate da El'cjn.
3. Ripresa economica e riforme sociali.
Dopo il default russo del 1998, la priorità era stabilizzare l'economia e migliorare il tenore di vita, crollato drasticamente.
Riforme fiscali: Introdusse una flat tax del 13% sul reddito per combattere l'evasione e semplificare il sistema.
Crescita: Sfruttò l'aumento dei prezzi degli idrocarburi per finanziare la spesa pubblica, portando a una crescita notevole del PIL (72%) grazie alle enormi risorse naturali, a una riduzione della povertà ed a finanziare e riorganizzare il complesso militare-industriale ereditato dall'URSS.
POLITICA ESTERA
Nei suoi primi anni da presidente, Putin cercò di favorire un'integrazione economica e politica con l'Europa e gli Stati Uniti, senza tralasciare quanto iniziato da Primakov, il quale, pur avendo abbandonata ogni aspirazione politica, non cessava di sviluppare, con articoli e conferenze, le idee che aveva maturato durante la presidenza di El'cjn.
Putin riprese e sviluppò quella parte della dottrina Primakov, attenta anche a valutare positivamente e riconoscere l'influenza della cultura europea in Russia e alla loro integrazione, arrivando a dichiarare che la Russia faceva parte della "cultura europea", all'interno di una più ampia visione euro-asiatica, mirata, soprattutto a rafforzare i legami con le repubbliche autonome asiatiche della ex URSS, che ora facevano parte della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI).

L'allora primo ministro del governo italiano, Silvio Berlusconi. fu tra i principali sostenitori di un'integrazione più profonda della Russia nelle dinamiche decisionali mondiali post bipolariste, favorendo il passaggio definitivo dal G7 al G8, con l'inclusione della Russia. L'apice di questa strategia diplomatica si raggiunse nel 2002 con gli accordi di Pratica di Mare. Sebbene non fosse un vertice G8 in senso stretto ma un incontro allargato NATO-Russia, Berlusconi fu protagonista e sfruttò anche i canali del suo gruppo per mediare tra Putin e il presidente USA George W. Bush, influenzando così la possibile creazione del Consiglio NATO-Russia. L'obiettivo era porre fine ai rimasugli della Guerra Fredda, rendendo la Russia un partner strategico per la sicurezza e l'economia globale. Tuttavia, lo scetticismo e una ancora fortemente radicata visione fobica della Russia sia negli USA, sia in molti stati europei, fece sì che a parole gli "occidentali" adulavano Putin, nei fatti non nascondevano, nonostante le promesse verbali fatte, l'ampliamento dei confini della NATO, a ridosso della Russia. L'unico stato cuscinetto rimasto era l'Ucraina, ma ben presto, con la complicità della CIA, dell'MI6 inglese e delle ONG occidentali, anch'essa entrerà negli appetiti euro-atlantici, ai fini di un isolamento completo della Russia, rispetto all'Europa, gettando così le basi dello scontro pressoché frontale con la NATO e i suoi alleati globali del 2022, utilizzando l'Ucraina come proxy.
(continua)
