Aleksandr Gel'evic Dugin e la postmodernità

di Gerardo Rapini
Dugin e la post-modernità
Per Aleksandr Dugin, la postmodernità non supera la modernità: ne rappresenta la fase estrema e dissolutiva. Se la modernità ha combattuto religione, tradizione e comunità in nome della ragione e dell'individuo, la postmodernità finisce per dissolvere anche la ragione, il soggetto e le identità stabili prodotte dalla modernità stessa. Nella sua sinteticità, questo pensiero conclusivo di Dugin è molto netto o, meglio ancora, radicale, con un termine che egli ama molto e spesso lo ripropone a scanso di eventuali equivoci. La modernità ha distrutto ciò che anche semplicemente odorava di passato; la postmodernità non solo avrebbe continuato su questa scia, ma complerebbe l'opera, includendo in essa anche quei valori (libertà, individuo, ragione, scienza, progresso) che la modernità aveva lasciato per sé. Potremmo anche chiudere qui la discussione, se non ci supportasse la constatazione che l'approccio critico di Dugin nei confronti di questo argomento attraversa la quasi totalità delle sue opere più mature, in particolare La quarta teoria politica e Troria del mondo multipolare, Sollecita, perciò, una discussione più approfondita, anche perché una delle critiche rivolte a Dugin riguarderebbe un corto circuito o un contraddirsi da solo. Secondo alcuni, per un verso criticherebbe radicalmente la postmodernità, dall'altro faebbe propria la modalità decostruttiva del pensiero postmoderno, al fine di recuperare, impropriamente, uno spazio alla tradizione. Spiccano fra questi critici Conrad Bongard Hamilton in Normative anti-normativity: when Dugin reads queer theory (Antinormatività normativa: quando Dugin legge la teoria queer del 2025) che lo accusa di utilizzare teoria postmoderne, ma, contemporaneamente, si confronta con quelle stesse categorie e le riutilizza per legittimare contenuti reazionari e Adlene Mohammedi che ne parla nell'articolo "Le neo-eurasisme d'Alexandre Douguine: une revanche de la geographie sur l'histoire?" (Il neo-eurasismo d'Alessandro Dugin: una rivincita della geografia sulla storia), pubblicato su PHILITT il 4 luglio 2016, nella sezione intitolata "L'Empire postmoderne d'Alexandre Douguine", dove sostiene che Dugin utilizza la decostruzione finalizzandola ad una "postmodernità alternativa" o ad una sorta di "postmodernità portatrice di premodernità".
E' necessario, pertanto, entrare un po' più dettagliatamente, anche se sinteticamente, in un territorio storico e culturale molto scivoloso ed ambiguo, innanzitutto per cercare di marcare i confini fra modernità e postmodernità o, più esattamente, se è possibile stabilire quando la prima finisce e si accede nella seconda, per coglierne successivamente alcuni spunti importanti ai fini del presente contributo. Stiamo parlando di due epoche storiche molto diverse fra loro, oppure quel prefisso "post", collegato a modernità con o senza trattino di separazione, la dice lunga su un passaggio da ritenere ancora dubbio, faticoso e molto insidioso.
In effetti, tali confini, secondo alcuni, non sono così netti. Jürgen Habermas, in compagnia con Anthony Giddens, Ulrich Beck e Zygmunt Bauman, seppur con argomentazioni diverse fra loro, sostiene che la modernità non sia finita, ma la considera un "progetto incompiuto". Bruno Latour, sociologo e antropologo, è certo che la modernità non si è mai realmente realizzata.

Molto più affollata è la schiera dei
sostenitori del passaggio alla postmodernità, a partire da
Jean-François Lyotard, Gianni Vattimo, Jean Baudrillard, Michel
Maffesoli e tantissimi altri molto noti e spesso citati (v. J.
Derrida), finanche ad includere a Francis Fukuyama. Quest'ultimo non
si è mai dichiarato apertamente come postmoderno, né molti lo
ritengono tale. Tuttavia, in quanto teorizzatore della Fine della
Storia (fine delle epoche
storiche) e del trionfo finale e ultimativo del
liberalismo e della democrazia (vedi nel blog a questo
collegamento), lo si considera un postmoderno a tutti gli effetti.
I confini storici della modernità sono ben marcati rispetto alle epoche precedenti, nonostante un certo disaccordo sull'inizio, ma sono indefiniti quanto alla sua fine che andrebbe a coincidere con l'inizio della postmodernità. E' questa la tesi, in primis, di Gianni Vattimo, sulla quale c'è molta convergenza, non perché indichi una data precisa, ma perché individua nell'orrore delle due guerre mondiali, intramezzate dall'affermarsi dei totalitarismi nazionalistici, le cause principali della fine della modernità che hanno affogato nel sangue e nelle battaglie le pretese della modernità di uguaglianza, libertà, fratellanza, democrazia e quant'altro contenuto nei concetti, di emancipazione, sviluppo scientifico-tecnologico e di pace. La postmodernità sarebbe, quindi e innanzitutto, la certificazione del fallimento delle pretese moderne di costruire valori universali e assoluti, ponendosi in netta contrapposizione con questo passato. La distruzione, esito finale della modernità, ha provocato orrori, tragedie e, quindi, la postmodernità, intesa come nuova epoca storica, non deve cadere nel tranello della sostituzione di principi eterni e assoluti con altri, seppur diversi da quelli del passato, ma trasformarli nel nulla, compresa la verità, anzi a partire da essa. In realtà questa è fino ad ora una intenzione dichiarata, e in itinere.
Io credo che Vattimo sia stato un pò indulgente nei confronti della modernità, limitando la sua denuncia alle guerre mondiali ed ai totalitarismi. Ha dimenticato altri strumenti di morte e distruzione come la ghigliottina, il cappio, il plotone di esecuzione, la diversa destinazione d'uso o la distruzione di edifici legati al passato, come le chiese ad esempio per togliere di mezzo coloro e le cose che erano l'espressione della tirannia o ne richiamavano l'esistenza. Sintetizzando il concetto, l'accusa principale rivolta alla modernità, aspetto che condivido in pieno, sia principalmente consistita nel fatto che per affermare le nuove credenze basate sulla ragione illuministicamente intesa, la scienza e la tecnica, il progresso e i valori di libertà, uguaglianza, fratellanza ,sia stata utilizzata una violenza terribile e sanguinosa, un mondo di rovine e di morte lasciato in eredità.
Con queste premesse fa capolino la postmodernità e già il nome ci fa capire che questa nuova epoca nasce dalla modernità, ma avverte l'esigenza di distaccarsi da essa, per escludere ogni possibilità di valori e verità assolute, men che meno se metafisiche. Vattimo propone la via del nichilismo di Nietzsche, autorizzando la critica a lui rivolta di relativismo. J. Derrida, filosofo divenuto famoso e prolifico, costruisce il suo metodo, la decostruzione, indicata come base epistemologica migliore e più diffusa, anche se l'utilizzo della parola "epistemologia" ha un forte sapore di modernità. Edgar Morin, teorico della complessità e vicino ad alcune istanze critiche postmoderne, chiamava sarcasticamente con disprezzo l'epistemologo "Monsieur l'epistemologue" ("Il Signor epistemologo"). La postmodernità rifugge al solo pensiero che possa esistere qualcosa di universalmente valido in ogni tempo e in ogni luogo.

Nel pensiero di Jacques Derrida il racconto, qualsiasi racconto, può essere decostruito, così da mettere in crisi le pretese della verità stessa come presenza originaria e oggettiva di ogni struttura narrativa. Il genere letterario accetta apertamente di essere una finzione, mentre la filosofia e la scienza fingono di possedere una verità oggettiva e la nascondono nella struttura narrativa. Un mito nasce da una storia raccontata, non è presente fuori di essa come realtà oggettiva. La verità è nel testo e non esiste fuori di esso. Nessun racconto ha un fuori-testo, perché è il testo stesso a generarlo. Decostruire secondo Derrida, e in buona sintesi, è cercare la finzione narrata come oggettiva, per ricondurla al testo e svuotarla della pretesa di oggettività, ritenuta pre-fuori-esistente al testo. Pertanto diventa molto facile poter dire che non esistono la Verità, il Bene comune, il Diritto (le leggi), la Persona, in definitiva tutto ciò che scriviamo con il maiuscolo, come elemento oggettivo fuori dal testo. Con Derrida possiamo perciò decostruire ogni finzione ultimativa e definitiva. Alla fine resta un individuo continuamente modificabile, fluido, e senza più alcuna appartenenza. Più che essere un metodo, a mio giudizio, si presta alla elaborazione di una teoria ultimativa, che presuppone la fattibilità a priori di svuotamento, si badi bene non "distruzione", di ogni identità stabile e fissa (famiglia, comunità, provenienza, valori, gerarchie, tradizioni, realtà, verità comune), decretandone assoluta insignificanza o la scomparsa stessa dell'individuo. Secondo i sostenitori di Derrida ciò non avviene; anzi c'è un arricchimento perché all'individuo viene riconosciuta la complessità della esperienza che rende possibili forme più ampie di "libertà".

Per J-F Lyotard non esistono le grandi narrazioni (meta narrazioni) come l'illuminismo, il marxismo, l'idealismo, il progresso scientifico che spiegavano e orientavano l'intera storia. La modernità ha generato incredulità e sfiducia verso di essi. Anche lui sostiene che bisogna decostruirli nel senso di moltiplicare prospettive, linguaggi e forme di legittimazione che non possono essere ridotti ad una sola regola comune, mettendo in atto una critica radicale dei sistemi di potere, dei linguaggi precostituiti e delle narrazioni universali che pretendono di spiegare e controllare l'intera realtà.

M. Foucault indaga, indaga e cerca di spiegare, come determinate verità acquistino autorità e come categorie considerate naturali abbiano una storia. Decostruire, in questo contesto, significa dimostrare come i grandi sistemi ideologici della modernità siano costruzioni artificiali destinate a fallire. La decostruzione, strumento politico e linguistico contro quella che chiama"mercantilizzazione del sapere" e omologazione del sistema capitalistico, svela che queste narrazioni totalizzanti reprimono le differenze e le singolarità in nome di una finta universalità.
Qui mi fermo per non annoiare troppo il lettore, concludendo che la postmodernità non offre una spiegazione unitaria e completa di cosa sia "decostruzione", nonostante lo sforzo titanico di Derrida con i numerosi esempi che riporta nei suoi scritti. Se vogliamo fare un gioco di parole anti moderno, possiamo dire che essa non distrugge qualcuno per ottenere qualcosa, ma svuota (toglie di mezzo) ogni discorso su qualcosa. Tutto dipende da dove è centrato il mirino.
Possiamo, ora tornare a Dugin per capire cosa intenda per critica della postmodernità e per decostruzione in un mondo che si sta affrettando verso il multipolarismo.
(continua)
