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Stoccata #1

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 “𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼” 𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗴𝗶𝗮𝗰𝗰𝗮 𝗲 𝗰𝗿𝗮𝘃𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗸𝗲𝘆𝗻𝗲𝘀𝗶𝗮𝗻𝗮

Nei giorni scorsi si è tenuta a Roma una grande riunione di uno dei molti partiti politici del cosiddetto “mondo del dissenso”. Altrettanti partiti o sigle hanno partecipato a questa riunione. Nessuno, però, sembra essersi accorto che il volto di quella assemblea ha parlato in modo estremamente incoerente rispetto a quella “disintegrazione del sistema” che più o meno tutti hanno genericamente in mente quando aderiscono a iniziative politiche di questo tipo.

Si è genericamente parlato, come sempre, di sovranità, di popolo, di lotta contro le élite, di uscita dal tunnel della sottomissione, un po' di questo e un po' di quello. Eppure, nel momento stesso in cui il leader di questo evento dichiarava la propria appartenenza intellettuale alle idee proposte da John Maynard Keynes, si è rivelata la contraddizione più grave e più silenziosa di tutta la giornata, dimostrando dunque la malafede che regna sovrana in questo cosiddetto “mondo”.

Keynes non è un autore qualunque. È l’architetto teorico del sistema monetario e finanziario che ha permesso allo Stato e alle banche centrali di trasformare la moneta in uno strumento di controllo permanente delle masse. È colui che ha legittimato, sul piano accademico e politico, la creazione monetaria dal nulla da parte di organismi privati o semi-privati, la gestione discrezionale del credito, il debito pubblico come meccanismo di governo, la manipolazione sistematica del valore della moneta. È, in sostanza, uno dei padri intellettuali di quella struttura che oggi molti fingono di voler abbattere mentre ne conservano intatte le fondamenta teoriche.

Chi si dichiara keynesiano e, al tempo stesso, pretende di appartenere al “mondo del dissenso”, sta semplicemente ammettendo di non volere alcuna vera discontinuità. Sta dicendo, con eleganza e con l’aria di chi conosce i grandi autori, che il problema non è la natura privata e monopolistica della moneta, ma solo qualche suo cattivo uso. Sta accettando, in sostanza, che la sovranità monetaria resti nelle mani di chi l’ha sempre detenuta, purché gestita con maggiore “intelligenza” o “giustizia sociale” (ma chi deciderà, ancora una volta, cos'è più “intelligente” e cose più “giusto” secondo voi?). 

La sovranità popolare sulla moneta non è un optional, non è una questione tecnica da lasciare agli accademici in malafede. È la condizione preliminare di ogni autentica sovranità. Senza la proprietà popolare dello strumento monetario, ogni discorso su indipendenza, democrazia, giustizia sociale e libertà resta un esercizio di retorica. Si può cambiare il governo, si può cambiare la maggioranza parlamentare, si può addirittura cambiare la Costituzione: finché la moneta continua a essere emessa e controllata secondo i principi keynesiani (o monetaristi, o neoliberisti, poco importa), il potere reale rimane dove è sempre stato.

Il cosiddetto “mondo del dissenso” che non porta avanti, con chiarezza e senza ambiguità, l’idea di proprietà popolare della moneta, e che non taglia ogni ponte con Keynes e con le sue tesi, non attua un vero dissenso. È solo una (minima) variante interna al sistema. Una variante più colorata, più “critica”, più capace di raccogliere malcontento, ma interna ed inerte. Una disparuta opposizione di Sua Maestà il Sistema, ma non un’alternativa.

Chi continua a muoversi all’interno di quel paradigma può anche riempire le piazze e i congressi di parole alte. Può parlare di popolo, di patria, di giustizia. Ma finché non mette in discussione il cuore del meccanismo – cioè chi emette la moneta e a quale titolo – sta semplicemente offrendo al sistema un’altra maschera, più accettabile, più “di sinistra” o più “di destra”, a seconda delle circostanze.

Come Comitato per la Sovranità Popolare “Giacinto Auriti” non abbiamo bisogno di queste ambiguità. La linea è chiara da sempre: la moneta deve tornare al popolo, deve essere emessa a debito zero e a interesse zero, deve essere strumento di libertà e non di controllo. Tutto il resto è bugia. E, a volte, bugia pericolosamente rassicurante per chi ha interesse a che nulla cambi davvero.