Aleksandr Gel'evic Dugin e la teoria del multipolarismo. (Parte prima)
di Gerardo Rapini

Una premessa
Ho inserito volutamente Dugin nella parte della mappa concettuale sul multipolarismo in quanto è uno dei più attivi intellettuali mondiali che avvertono il bisogno di ampliare gli spazi culturali, sia come esplorazione e identificazione di contenuti pluri disciplinari attinenti la costruzione di una architettura multipolare, sia per la elaborazione, spesso provocatoria, e la diffusione dinamica e innovativa degli stessi a livello mondiale. Esplorare e cercare i fondamenti di una teoria per un mondo multipolare costituisce, a mio avviso, una impresa decisamente meritoria, in quanto a questo punto del percorso esplorativo e informativo sui cambiamenti geopolitici in atto, la prima formulazione operata da Primakov era parte esclusivamente di un progetto politico che vedeva nell'egemonia nord-atlantica a trazione USA predatoria, violenta e decisamente irrispettosa, la fine di ogni autonomia, sovranità, cultura e tradizioni, anche religiose, della neonata Federazione russa. Se l'egemone fosse riuscito nel suo intento nei confronti della Russia, poi si sarebbe scatenato anche contro altri stati-civiltà, desiderosi di svilupparsi autonomamente e in pace con tutti. Riuscì, così a coinvolgere Cina e India e, profondo conoscitore del mondo arabo, frequentò molto il Medio Oriente, dove godeva di molta stima. La conflittualità con l'egemone acquisiva, così, il chiaro significato di una lotta esistenziale, legata alla sopravvivenza della Russia stessa. Lo stesso Putin che condivideva le idee di Primakov e che aveva preso in mano le redini di una nazione devastata e molto impoverita, decise inizialmente di avviare un convinto processo di avvicinamento politico e diplomatico con l'egemone per garantirsi autonomia e sovranità, definitivamente sepolto e frantumato in Ucraina. Si tratta di un contesto che abbraccia un periodo storico di poco inferiore ad una trentina di anni, a partire dalla dissoluzione dell'URSS, fino ai giorni d'oggi e nel quale dobbiamo collocare il lavoro intellettuale di Aleksandr Dugin e lo sviluppo del suo pensiero. Solo una retorica volutamente disinformata e falsa può riproporre l'immagine di Dugin come il "Rasputin del Cremlino" o "il consigliere più vicino e più ascoltato da Putin". Egli è, e resta, un intellettuale-filosofo e non ha mai fatto parte della cerchia ristretta del presidente russo, né ricoperto ruoli di governo ufficiale.
Alcuni tratti biografici
Nasce a Mosca il 7 gennaio 1962 in una famiglia dell'élite sovietica. Suo padre, Gelij Aleksandrovič Dugin, era un ufficiale di alto rango dell'intelligence militare sovietica (GRU) e un avvocato, mentre sua madre era un medico. Nel 1979 entra al Moskovskij Aviacionnyj Institut (Istituto di Aviazione di Mosca), ma viene espulso al secondo anno (intorno al 1980), per via delle sue attività in ambienti dissidenti nazionalisti e tradizionalisti, e di studi legati all'esoterismo. Negli anni '80, infatti, prende parte al Circolo di Južinskij, un gruppo intellettuale clandestino d'avanguardia guidato da Evgenij Golovin. In questo ambiente Dugin scopre i pensatori della Tradizione occidentale René Guénon e Julius Evola e della rivoluzione conservatrice tedesca. Questi due aspetti, fondamentali per capire il pensiero di Dugin, verranno affrontati nel dettaglio successivamente. Questi autori rafforzarono in lui il patriottismo russo e l'importanza della Tradizione. Apprende da autodidatta numerose lingue, tra cui italiano, tedesco, inglese e francese.
Nel 1993, nella Russia post-sovietica, Dugin e Limonov fondano il PNB (Partito Nazional Bolscevico) in cui cercò di combinare elementi apparentemente opposti: nazionalismo radicale (Dugin) e comunismo sovietico (Limonov). Quest'ultimo era uno scrittore, poeta, esteta, dandy punk ed eterno provocatore, comunista e nazionalista insieme. Il partito si dissolse nel 1998 dopo un furibondo litigio fra i due.
Dugin non intendeva restaurare il comunismo marxista. Recuperava invece dall'esperienza sovietica la potenza dello Stato, l'organizzazione collettiva e la dimensione imperiale. Al tempo stesso rifiutava il materialismo marxista e sosteneva valori nazionali, spirituali della tradizione russa, dei quali tutt'ora è tenace assertore.
Il nazional-bolscevismo rappresentava, quindi, nella sua visione, un fronte comune contro il liberalismo occidentale e contro la Russia filo liberale di Boris El'cin degli anni Novanta. Questa formazione univa l'estetica e la retorica del comunismo sovietico a quelle del nazionalismo radicale in chiave anti-capitalista.
Un anno prima, nel 1997, diede alle stampe il libro Fondamenti di geopolitica, la sua opera molto nota, nella quale sostiene che la Russia debba contrastare l'influenza degli Stati Uniti e delle potenze atlantiche, rafforzando la propria presenza nello spazio dell'ex Unione Sovietica. Dugin rifiuta il liberalismo occidentale e difende una società fondata sulla tradizione, sulla religione, sull'autorità dello Stato e sull'identità collettiva. Utilizza l'approccio teorico eurasiatico espressione di una corrente russa per arrivare a considerare la Russia una civiltà distinta sia dall'Europa occidentale sia dall'Asia e destinata a guidare un grande spazio politico neo-euroasiatico. Il testo ottiene una notevole popolarità negli ambienti militari e strategici russi, in quanto va a colmare una lacuna dell'attivismo intellettuale russo che non dava molta importanza alla geopolitica come scienza "borghese e fascista" di predominio. Di tutt'altro avviso era l'élite intellettuale del deep state USA dove la geopolitica era ed è attentamente studiata. Sulla traduzione di questo libro in altre lingue, almeno cinque, turco, serbo, persiano, georgiano e inglese non esiste un catalogo completo e concorde.
Va ulteriormente precisato lo sviluppo di questo pensiero, profondamente influenzato da Schmitt. Dugin, infatti, interpreta la storia come uno scontro tra due grandi forze.
Potenza terrestre (tellurocrazia) contro Potenza marittima (talassocrazia)
La contrapposizione geografica assume in Dugin un significato politico e spirituale. La Russia dovrebbe riunire lo spazio post-sovietico e costruire alleanze continentali capaci di limitare l'egemonia statunitense. Fondamenti di geopolitica segnò l'affermazione pubblica di Dugin.
Negli anni tra il 2000 e il 2010 va inserita la svolta accademica e una più approfondita analisi del neo-euroasiatismo. Nel 2001 fonda il partito, poi movimento, Eurasia, promuovendo l'idea di un'alleanza continentale contro l'Occidente atlantista. Il neo-euroasiatismo nacque negli anni Venti del Novecento tra gli intellettuali dell'emigrazione russa "bianca" in Europa, come Nikolaj Trubeckoj e Pëtr Savickij) dopo la Rivoluzione bolscevica. I fondatori rifiutavano l'occidentalizzazione della Russia e sostenevano che il paese occupasse uno spazio geografico e culturale unico («Eurasia»), caratterizzato da unione di radici slave e influenze asiatiche/turco-mongoliche.
Nel 2008 diventa professore e direttore del Dipartimento di Sociologia delle Relazioni Internazionali presso la prestigiosa Università Statale di Mosca (MGU). Perde la cattedra nel 2014 a seguito di accese polemiche e proteste internazionali per le sue posizioni radicali durante la crisi in Ucraina e l'annessione della Crimea. Diventa una figura televisiva frequente, scrive per testate patriottiche e collabora alla fondazione del canale televisivo conservatore e ortodosso Tsargrad TV. Da questo periodo in poi la rilevante e voluminosa bibliografia di Dugin non solo spazia in altri campi, ma si affina fino a formare un corpo unico, denso e spesso provocatorio.
Dugin e la rivoluzione conservatrice tedesca
Il rapporto tra Aleksandr Dugin e la Rivoluzione Conservatrice tedesca della Repubblica di Weimar rappresenta una delle fondamenta intellettuali più profonde del suo intero sistema di pensiero.
Dugin non si considera un conservatore classico, che vuole semplicemente preservare lo status quo economico o borghese, ma un "conservatore radicale". Per costruire la sua Quarta Teoria Politica e il suo progetto neo-eurasiatismo, ha preso in prestito i concetti chiave dei pensatori tedeschi degli anni '20 e '30, riadattandoli in chiave russa.
Il concetto di "Rivoluzione Conservatrice"
Formulato storicamente da autori come Arthur Moeller van den Bruck (Il Terzo Reich del 1923), questo concetto si basa su un paradosso cosciente: distruggere per restaurare. Non si tratta di difendere il vecchio ordine precedente, poiché la modernità lo ha già spazzato via. L'unica soluzione è usare metodi rivoluzionari e moderni per distruggere il mondo moderno ed erigere, sulle sue ceneri, nuove strutture fondate sui valori eterni della Tradizione.
Dugin adotta questa dinamica per la Russia. Sostiene che non si debba restaurare nostalgicamente lo zarismo o il comunismo sovietico, ma fare una rivoluzione radicale antiliberale che restituisca alla Russia la sua essenza sacra e geopolitica imperiale.
Carl Schmitt e la Geopolitica dei Grandi Spazi
Il giurista Carl Schmitt è forse il pensatore weimariano che più ha influenzato la prassi geopolitica di Dugin. Dugin mutua da lui due concetti fondamentali:
Terra contro Mare (Tellurocrazia vs Talassocrazia): Schmitt divideva la storia del mondo nello scontro tra potenze marittime (commercio, individualismo, fluidità, come l'Impero Britannico prima e gli USA poi) e potenze terrestri (legge, stabilità, confini, gerarchia). Dugin traspone questa visione nello scontro cosmico tra l'Occidente atlantista (il Mare) e il blocco Euroasiatico russo (la Terra).
Il concetto di Großraum (Grande Spazio): Schmitt teorizzò che l'era degli Stati-nazione era finita e che il mondo si sarebbe riorganizzato in "Grandi Spazi" dominati da un'idea politica forte e da una potenza egemone che vieta le interferenze esterne. Questa riflessione costituisce la base teorica di partenza del multipolarismo duginiano.
Ernst Jünger e la Mobilitazione Totale
Dal celebre scrittore e filosofo Ernst Jünger, Dugin trae la descrizione fenomenologica del mondo moderno.
L'Operaio (Der Arbeiter): Jünger vedeva la modernità come il regno della tecnica, dove l'uomo viene trasformato in una forza lavoro mobilitata per la produzione di massa.
Dugin rilegge Jünger in chiave metafisica: la tecnica moderna ha svuotato l'uomo del suo legame con l'Essere. Tuttavia, Dugin vede nella figura dell'"Operaio" titanico di Jünger una forza distruttiva transitoria che può essere cavalcata per abbattere l'ordine borghese e liberale del capitalismo globale.
Martin Heidegger e l'«Altro Inizio»
Sebbene la classificazione di Martin Heidegger nella Rivoluzione Conservatrice sia dibattuta, per Dugin egli è il vertice assoluto di questo movimento.
La fine della Metafisica: Heidegger sostiene che la storia dell'Occidente è la storia dell'«oblio dell'Essere», culminata nel nichilismo tecnologico moderno.
Dugin compie un'operazione audace. prende il concetto di Dasein (l'esser-ci, l'essere-qui dell'uomo come apertura all'Essere) e afferma che ogni popolo ha il suo Dasein. Il Dasein russo, secondo lui, non ha ancora ceduto al nichilismo tecnologico occidentale ed è pronto a guidare l'«Altro Inizio» (der andere Anfang), cioè una nuova era storica post-moderna e post-liberale. In Heidegger indica il modo di esistere dell'essere umano, che comprende il proprio essere all'interno di un mondo.
Dugin ne offre un'interpretazione più collettiva e politica. Il Dasein sarebbe l'esistenza concreta di un popolo, radicata in:
lingua;
religione;
memoria storica;
territorio;
tradizioni;
esperienza condivisa del mondo.
La società non sarebbe quindi un insieme di individui autonomi, ma una comunità storica e spirituale. L'individuo riceverebbe la propria identità dal popolo e dalla civiltà a cui appartiene.
Ernst Niekisch e il Nazional-Bolscevismo
Ernst Niekisch fu il principale teorico del Nazional-Bolscevismo in Germania, una corrente radicale della Rivoluzione Conservatrice che proponeva un'alleanza tra il nazionalismo tedesco e il comunismo sovietico in chiave anti-occidentale e anti-capitalista.
Per Aleksandr Dugin, la Rivoluzione Conservatrice tedesca è stata il più grande tentativo, seppur fallito storicamente, di ribellione intellettuale contro la modernità illuminista. Nel XXI secolo, Dugin si propone di completare quel lavoro interrotto, trasferendo il baricentro di quella rivoluzione da Berlino a Mosca e trasformando la dottrina tedesca nella formula geopolitica della riscossa euroasiatica.
Il tradizionalismo: R. Guénon e J. Evola
Da Guénon ricava soprattutto la diagnosi metafisica della modernità; da Evola l'orientamento attivo, imperiale e combattivo. A entrambi aggiunge l'ortodossia russa, la geopolitica e, successivamente, Heidegger.
Per Guénon, la Tradizione non coincide con le consuetudini di un popolo. È l'insieme dei principi metafisici universali e sovraindividuali che si manifestano nelle diverse tradizioni religiose autentiche. La modernità rappresenta invece una degenerazione caratterizzata da materialismo, individualismo, razionalismo e perdita dell'autorità spirituale.
Dugin accoglie questa struttura generale:
la storia moderna è un processo di decadenza spirituale;
il liberalismo costituisce la fase estrema dell'individualismo;
le civiltà tradizionali custodiscono forme diverse di una verità superiore;
il mondo contemporaneo attraversa una crisi non soltanto politica, ma metafisica.
Dugin politicizza Guénon. La tradizione universale viene collegata alla particolare missione della Russia, mentre l'ortodossia è presentata come la forma religiosa attraverso cui i russi possono accedere alla Tradizione. La contrapposizione guénoniana tra civiltà tradizionale e modernità diventa così anche opposizione geopolitica tra Eurasia e Occidente.
Questa operazione produce uno spostamento importante: in Guénon il centro è la restaurazione della conoscenza metafisica e dell'autorità spirituale; in Dugin è la costruzione di un soggetto storico capace di opporsi all'ordine liberale. La contemplazione guénoniana viene trasformata in una teoria della mobilitazione collettiva.
Dugin trova in Julius Evola un modello più direttamente politico. Ne riprende:
l'ideale di una società gerarchica e organica;
la critica dell'uguaglianza e della democrazia moderna;
la concezione spirituale dell'autorità;
l'idea dell'Impero come principio superiore allo Stato nazionale;
il tipo umano capace di mantenere una posizione interiore di fronte alla decadenza;
il linguaggio della lotta, dell'eroismo e della trascendenza attiva.
Evola diventa quindi il tramite attraverso cui il tradizionalismo può essere convertito in azione politica. Dugin era profondamente interessato alle sue opere già negli ambienti clandestini tardosovietici e contribuì alla loro circolazione in russo.
Il pensatore italiano attribuiva grande importanza all'individuo differenziato e all'aristocrazia spirituale, mantenendo una forte distanza dalla società di massa. Dugin trasferisce invece il soggetto della Tradizione dall'élite individuale al popolo-civiltà, soprattutto a quello russo-eurasiatico. Inoltre, mentre l'impero evoliano è principalmente un archetipo spirituale e gerarchico, in Dugin assume una collocazione geopolitica precisa: la grande area eurasiatica guidata dalla Russia. Il principio imperiale viene così legato a territorio, Stato, strategia e identità collettiva.
La trasformazione decisiva consiste nell'associare categorie spirituali a categorie geografiche:
Tradizionalismo Interpretazione duginiana
Tradizione Civiltà eurasiatica
Modernità Occidente liberale
Autorità spirituale Ordine politico-civile
Decadenza Globalizzazione e unipolarismo
Impero Grande spazio guidato dalla Russia
Pluralità delle tradizioni Mondo multipolare
Conflitto spirituale Conflitto geopolitico
In questo modo, la distinzione tra Tradizione e modernità viene sovrapposta a quella tra terra e mare. La potenza terrestre eurasiatica sarebbe comunitaria, sacrale e imperiale; quella marittima atlantica sarebbe individualistica, commerciale e materialista.
Dugin deve anche risolvere una tensione fra universalità della Tradizione e centralità dell'ortodossia russa. La sua soluzione opera su due livelli:
per la Russia, l'ortodossia costituisce la via tradizionale fondamentale;
su scala mondiale, ogni civiltà può possedere una propria forma religiosa e spirituale.
Da qui nasce il suo multipolarismo: non un'unica tradizione politica universale, ma una pluralità di civiltà organizzate intorno ai propri valori. Dugin conserva quindi l'idea guénoniana di una pluralità di forme tradizionali, ma la converte in una teoria di grandi spazi geopolitici.
Questa concezione permette anche alleanze tra la Russia ortodossa e società islamiche, induiste o cinesi. Ciò che le unirebbe non sarebbe una dottrina religiosa comune, bensì l'opposizione alla modernità liberale occidentale.
(continua)
