Il Dasein e il Soggetto radicale della quarta teoria politica: equilibrio tra mente e cuore

25.10.2026

di Gerardo Rapini

A conclusione di queste tracce sul peniero di Dugin e a proposito di quanto detto nel precedente contributo bisogna distinguere tra la discussione filosofica e la prospettiva geopolitica. Dugin non ha approcciato la postmodernità nell'ambito accademico della filosofia. Infatti, come si evince dal libro Teoria del mondo multipolare, a Dugin interessa la prospettiva geopolitica multipolare. Nel capitolo iniziale del volume citato prende decisamente posizione a favore del multipolarismo, delineandone, abbastanza velocemente, la incompatibilità sia con il modello di organizzazione derivante dal sistema westfaliano, sia con l'unipolarismo, sia con il multilateralismo di impronta unipolare, a trazione USA (pp. 47-65). Nel capitolo successivo (pp. 67-117) affronta la "Rassegna delle teorie più importanti nelle relazioni internazionali" e, a proposito di postmodernità, dedica ad esse un paragrafo titolato "Il postmodernismo nelle relazioni internazionali", centrato soprattutto su Richard Ashley, politologo statunitense, poco conosciuto in Italia. Questa teoria fa riferimento a Nietzsche e ad Heidegger e assume le idee di Foucault e Derrida, all'interno di una visione fondamentalmente realista. E' lui ad aver coniato il termine neo-realismo nelle relazioni internazionali. Comunque. la teoria di Ashely è stata contaminata dal pensiero neocon e, pertanto, tende a strutturarsi in funzione dell'ordine egemonico unipolare. La differenza sostanziale con le altre teorie geopolitiche sta nel metodo che decostruisce "le teorie e i concetti classici delle relazioni internazionali", smontandoli (svuotandoli) di ogni legittimazione, in quanto ritenuti pre-costruiti. L'anarchia internazionale, di derivazione hobbesiana (homo homini lupus), fondante la teoria realista, è una costruzione ad hoc, artificiale, di garanzia naturale dell'ordine e della autorità dello Stato (sistema gerarchico) che giustifica e proietta la pretesa dello studio, ritenuto oggettivo, come necessario prerequisito di ogni intervento in geopolitica. La politica mondiale, secondo Ashley, è, pertanto, costruita dalle pratiche, dai discorsi e dalle relazioni degli attori (intellettuali o politici) stessi e, conseguentemente, essa non è fatta di regole scientifiche fisse, ma di interpretazioni, potere e costrutti storici che derivano dal nostro modo di "esser-ci" nel mondo (Dasein), concetto preso in prestito da Heidegger. Questo processo si basa per Ashely sull'assunto che nell'individuo postmoderno scompare definitivamente ogni contrapposizione duale, soggetto-oggetto, cultura-natura; la realtà è plasmata dal soggetto e da essa si lascia plasmare ed entrambi sono predeterminati nel contesto sociale. Detto in altri termini da Dugin, secondo Ashley: "I teorici delle relazioni internazionali formano questa stessa realtà, costringendo tutto gli attori a riconoscerla come tale, contribuendo, (a partire dall'egemonia cognitiva), ad instaurare lo scenario classico dei rapporti di forza"(p. 103). All'interno di questo contesto egemonico, culturale e politico, non esiste, né può esserci, alcuno spazio per una teoria delle relazioni internazionali multipolari, a partire dallo sforzo di S.P. Huntington, uno dei primi a parlare di multipolarismo nel libro Lo scontro delle civiltà. Tutte queste teorie sono costruite, dove più e dove meno, attorno al principio egemonico ed ai rapporti di forza, E. M. Primakov per primo lo aveva capito, ma non aveva appuntito a sufficienza le armi per smantellarne le interazioni culturali, limitandosi a cercare e fondare una alternativa geopolitica multipolare. A giudizio di Dugin, invece lo "sviluppo di una teoria del mondo multipolare deve iniziare con una profonda analisi storico-filosofica della disciplina delle relazioni internazionali" proprio a partire dalle teorie postmoderniste (o post-positiviste) che "risultano essere le più utili, poiché cercano di superare i limiti dell'etnocentrismo" egemonico sul quale sono costruite "tutte le teorie contemporanee delle relazioni internazionali" (pp. 119-120).

"Il multipolarismo diventerà reale solo se sarà in grado di decostruire l'egemonia occidentale e di ridimensionare le pretese dell'Occidente alla universalità dei suoi valori, sistemi, metodi e fondamenti filosofici. Se non si riuscirà a rovesciare l'egemonia, qualsiasi modello «multipolare sarà solo una teoria incentrata sull'Occidente... Il primo passo è quello di prendere coscienza della volontà di potenza dell'Occidente come civiltà.» (p. 121)

Partire, quindi, dalle teorie postmoderne, compreso il metodo decostruttivo, significa cogliere le critiche, squisitamente filosofiche, nei confronti dei fondamenti culturali e della evoluzione delle strutture di disuguaglianza proprie dell'egemonia unipolare (popoli progrediti-popoli arretrati; società moderna-società tradizionale; civiltà-barbarie; democrazia-autocrazia; libertà-schiavitù; ricchezza-povertà, tanto per dirne solo alcune). D'altro canto, tutte le teorie delle relazioni internazionali contengono elementi che possono essere valutati positivamente ai fini della costruzione di una architettura multipolare, composta da più centri decisionali e in questa direzione, Dugin sviluppa ciò che può essere colto in esse di rilevante. Ciò che va assolutamente decostruito è la loro convergenza finale sulla volontà di potenza egemonica e i conseguenti rapporti di forza.

Possiamo ora tornare alla modernità, vera e profonda matrice del processo storico unipolare, anche dal punto di vista geopolitico, centrata sull'impulso distruttivo di ogni tradizione e di ogni passato. Lo sviluppo delle idee liberali ha così focalizzato l'attenzione sul suo soggetto, l'individuo astratto, volendolo innanzitutto liberare da ogni scoria passatista di tipo comunitario, corporativo o gerarchico e agganciando la sua emancipazione alle teorie mercatiste di libero sfruttamento delle risorse, del sicuro progresso, della conseguente prosperità in una nuova forma politica chiamata democrazia o stato di diritto. Le disuguaglianze, soprattutto economiche e di qualità di vita che ha, comunque, generato hanno innescato un processo critico che ha trovato nelle dottrine marxiste una risposta motivata. Bisognava abolirle per costruire un mondo nuovo dove non avrebbero più trovato cittadinanza in una forma politica progressista, inizialmente socialista, termine preso in prestito da Marx da altre correnti critiche nei confronti dell'individualismo liberale, e poi comunista. Il soggetto del marxismo è la classe, intesa come contrapposizione radicale degli sfruttati nei confronti degli sfruttatori, la rivoluzione che cancellerà anche ogni politica basata sui confini nazionali. Non tutti erano d'accordo con questa ultima impostazione internazionalista, pur condividendo la necessità di combattere le disuguaglianze economiche per la prosperità dei cittadini di uno stato. Mussolini, di provenienza social-marxista, in Italia, fondò il fascismo e lo caratterizzò sulla base del nazionalismo italiano. Una storiografia ormai accreditata contesta l'opinione di storici marxisti secondo i quali il fascismo fu soprattutto il braccio armato voluto dalla borghesia liberale per contrastare le rivendicazioni socialiste. In realtà il fascismo si contrapponeva sia al liberalismo individualista e apolide che al marxismo classista. Allo stesso modo il nazional-socialismo che prese il potere in Germania nel gennaio del 1933, rivendicò l'appartenenza nazionale, il benessere e la superiorità della nazione tedesca fino a teorizzare principi razzisti. Il soggetto del fascismo era la nazione; quello del nazismo era la razza.

Queste tre teorie politiche hanno intrapreso una lotta feroce fra loro culminata in una guerra mondiale sanguinosa e violenta, quale fu la seconda guerra mondiale (1939-1945) dalla quale uscirono vittoriose le nazioni che avevano abbracciato il liberalismo (capitanate dagli USA) e quelle social-comuniste (capitanate dall' URSS). L'esito fu la deliberazione di un mondo bipolarista. La dissoluzione dell'Unione Sovietica sul finire del secolo scorso ha decretato l'esito unipolare. Gli Stati Uniti d'America, profondamente liberali, sono così diventati la potenza mondiale senza più avversari. Il liberalismo ha sconfitto tutti i suoi avversari ponendo sul tappeto la discussione sulla fine della storia. Questa analisi ha convinto Fukuyama che nulla è meglio dell'opzione liberale e che la democrazia liberale è ormai l'unica soluzione possibile, rafforzando così l'opinione del deep state nordamericano per cui gli USA sono l'unica potenza mondiale e i poliziotti a guardia del liberalismo che, nel frattempo ha liberato l'individuo anche da se stesso, senza più vincoli di alcun tipo, in direzione del transumano, portando alle estreme conseguenze il principio della libertà da.

In estrema sintesi, è questa l'analisi di Dugin dalla quale deriva la necessità di una quarta teoria politica che lotti contro il liberalismo, ma che non può essere né marxista, né fascista o nazista in quanto anch'esse erano radicate nella modernità come il liberalismo. Non può esserlo il marxismo perché basato sulla idea del progresso, come lo è il liberalismo; né può esserlo il fascismo e il nazismo perché sono promotori della superiorità nazionale nutrita dalla modernità, spinta fino al razzismo. Queste tre teorie sono il prodotto della modernità e il liberalismo, uscendo vincitore dalla lotta, è rimasto l'unico avversario da ricondurre nel nulla da cui proviene. Un contributo notevole viene proprio dalla postmodernità e dalla metodologia decostruttiva che hanno messo in luce sia l'esito verso il quale vuole transita l'umano nel transumano, sia la fragilità filosofica e storica dei fondamenti, così come la pretesa egemonica dell'Occidente. L'unica alternativa, secondo Dugin è il multipolarismo, già ben avviato sul piano geopolitico, ma che ha bisogno di una maggiore chiarezza teorica. Per questo Dugin propone una quarta teoria politica che sia in grado di sconfiggere definitivamente il liberalismo, e, con esso, ogni presunto ritorno del comunismo e del nazi-fascismo. E' un campo ancora aperto, un cantiere che richiede apporti pluridisciplinari per sondarne la robustezza e farlo crescere nel pieno rispetto dei valori, dei principi, delle tradizioni e delle forme politiche di ogni civiltà. Non è un caso che Dugin individui nell'area russo-euroasiatica, dove convivono da secoli popoli (ethnos) diversi, un luogo da tenere sotto osservazione in tal senso e lo sguardo può allargarsi anche ad altre grandi aree di civiltà (cinese, islamica, indiana, panafricana), né vanno escluse l'area europea e quelle nordamericana e sudamericana. In un mondo multipolare il pre-requisito di ogni relazione internazionale è il rispetto e la pacifica convivenza, non la prevaricazione della volontà di potenza e dell'uso della forza.

Occorre, pertanto, individuare il soggetto di questa quarta teoria politica che non sia l'individuo astratto del liberalismo, nè la classe del comunismo, né il nazionalismo e il razzismo della terza teoria politica, forme accomunate dalla prevaricazione e dalla mancanza di rispetto della diversità dei popoli. Dugin, prendendo spunto dalla filosofia di Heidegger, lo chiama Dasein-Esserci; lo de-individualizza e lo lega alla spazialità, alla terra e alla tradizione di un popolo specifico, rifacendosi anche al concetto di Nomos della terra di Carl Schmitt. Dugin ritiene che ogni civiltà possieda un proprio Dasein autentico che rifiuta il modello universale, individualista e occidentalizzante imposto dalla globalizzazione e dagli Stati Uniti, rivendicando il diritto di ogni civiltà a sviluppare i propri valori spirituali e storici per cui l'uomo non è una semplice presenza passiva, ma un progetto legato all'apertura verso l'Essere e alla resistenza contro la "decadenza" del mondo moderno (per un approfondimento vedi nel sito barbadillo.it ). L'uomo, inoltre, non può essere concepito al di fuori del mondo in cui vive (vedi nel sito einaudiblog.it ). Pertanto, ogni civiltà ha il diritto e il dovere geopolitico di organizzarsi attorno al proprio nucleo di valori, dando vita a sfere di influenza distinte che Dugin chiama "Grandi Spazi".

Emerge anche una spiritualità che accomuna il Dasein di ogni civiltà (il Soggetto radicale) nel senso che riformula il bisogno di una istanza metafisica e una visione dell'uomo che va riferita ad una "radice" profonda: l'istanza metafisica e antropologica che si manifesta nel momento del massimo nichilismo della postmodernità. Se Evola in Cavalcare la tigre vede un uomo "differenziato" in piedi fra le rovine, figura di un qualche legame ancora esistente con la Tradizione, il Soggetto radicale ha vissuto l'esperienza del vuoto totale, dopo che la postmodernità ha svuotato la Tradizione; l'ha fatta scomparire insieme alla dissoluzione dell'umano, ridotto a macchina o reso "liquido e impersonale" dal globalismo. L'esser-ci esistenziale suscita ancora le grandi domande sul senso della vita, mossa da una istintiva e semplice formulazione per cui, nei momenti importanti, ci si chiede se la vita è solo "un pacco senza valore che l'ostetrica spedisce al becchino" (V. Messori). Queste domande non possono essere nascoste neanche dalla virtualizzazione dei cyborg o dell'intelligenza artificiale. Il Soggetto radicale sperimenta ancora di essere capace di ritrovare la verticalità e il contatto con il sacro nella sua interiorità. Cambia la postura che non è più quella di restare "in piedi fra le rovine" della modernità, pensando di accelerarne così la fine. Il multipolarismo, guidato dal risveglio dei vari Dasein planetari, serve a riaprire la storia. La geopolitica diventa lo strumento pratico per permettere alle civiltà di esistere, lottando contro quello che Dugin definisce il "totalitarismo liberale". Il Soggetto radicale è l'architetto filosofico di un mondo policentrico (pluralità delle culture e delle tradizioni), il solo attualmente in grado di contrapporsi alla uniformità del postumanesimo globalista.

Chi rimpiange il passato ha cuore, ma non ha mente; chi vuole cancellare il passato ha mente, ma non ha cuore.