Il delfino di Ceuta e il silenzio (meglio dire: doppio standard) dei paladini selettivi
di Sergio Saraceni

A Ceuta, sulla spiaggia del Trampolín, un cucciolo di delfino in difficoltà è stato tirato fuori dall'acqua, colpito ripetutamente alla testa con un bastone e poi esibito come un trofeo, tra grida di giubilo, foto e video dell'avvenimento. Uno dei video ha fatto il giro del web. Si possono chiaramente vedere i sorrisi e le risate, il corpo inerte di questo povero animale che agitato in aria prima di sparire dietro gli scogli. Testimoni locali e media spagnoli raccontano la scena senza troppi giri di parole. Un operatore di Ecoservicios interviene, urla di lasciarlo stare, di chiamare i soccorsi. Niente da fare. L'animale è già morto. I responsabili si dileguano.
Non è una leggenda metropolitana, o meglio, non deve diventarlo. È successo il 2 settembre 2026. E come al solito, mentre il video gira, qualcuno si indigna sui social e qualcun altro abbassa lo sguardo. Perché non tutti gli animali sono uguali, o meglio, non tutte le vittime fanno notizia quando il colpevole non rientra nel canone corretto. Sarebbe quindi più corretto dire che non tutti i colpevoli sono uguali…
Dove sono, adesso, gli animalisti di professione? Quelli che montano sit-in e che denunciano il "genocidio" delle galline in batteria, quelli che piangono sui gabbiani sporchi di petrolio e che fanno vedere i filmati nel centro delle città di tutto il mondo su come i pulcini vengono usati per produrre cibo? (ma poi ignorano ciò che accade durante l'aborto). Dove sono ora, questi paladini della sovranità animale, quando un cucciolo di delfino – specie protetta, simbolo di purezza marina – viene massacrato a bastonate e brandito come un trofeo? Forse sono impegnati a scrivere petizioni contro i pescatori italiani o a boicottare il tonno in scatola. Oppure, più prosaicamente, stanno aspettando che i responsabili abbiano la nazionalità giusta prima di alzare la voce e di accusare della crudeltà "dei cittadini spagnoli".
Ma a Ceuta in molti hanno perso la voce.
Dove sono le femministe? Quelle sempre pronte a gridare contro il "patriarcato" per un complimento sbagliato o per una battuta troppo spinta. Dove sono quando arrivano le notizie – ripetute, documentate, spesso archiviate in fretta – di stupri di gruppo ai danni di minori migranti o di ragazze europee per opera di chi è arrivato ieri con il passaporto della solidarietà obbligatoria? Silenzio di tomba. Meglio non disturbare il racconto dominante. Meglio fingere che la cultura d'origine non c'entri nulla, che sia solo "marginalità", "traumi di viaggio", "povertà". Intanto le vittime restano sole, e i paladini dei diritti continuano a parlare di "accoglienza" e di "integrazione".
E ancora: dove sono gli animalisti quando a Ceuta spariscono gatti e cani, quando si trovano gabbiani sventrati e mangiati, quando nei parchi urbani compaiono resti di animali domestici trattati come riserva di proteine? Succede, lo sanno tutti quelli che vivono lì e che stanno protestando. Ma anche lì, silenzio. Perché nominare il fenomeno significherebbe ammettere che qualcosa non sta andando bene. E ammettere questo, oggi, è quasi un reato di opinione.
Questa non è un'apologia della violenza. È una provocazione deliberata. Serve a sperare che i "paladini dei diritti" escano finalmente dalle loro grotte ideologiche e riconoscano l'evidenza: l'immigrazione di massa incontrollata e il sogno multiculturale non hanno prodotto l'armonia promessa. Hanno prodotto ulteriori fratture, silenzi selettivi, doppi standard e scene orribili. Quando il delfino viene ammazzato a bastonate e nessuno dei soliti noti alza la voce con la stessa veemenza usata contro un contadino che lega il cane, qualcosa è già fallito. Non è razzismo dirlo. È realismo.
