L’arroganza del potere: Quando l'Imperialismo crede ancora di essere eterno

di Sergio Saraceni
C'è un vizio antico che accompagna chi si illude di detenere il potere assoluto: l'arroganza. Non la superbia del guerriero che sa di rischiare la pelle (ingiustificabile ma comprensibile anche nella antiche civiltà), ma quella del burocrate con il dito sul bottone, del think-tank che muove pedine sulla mappa come fossero soldatini di piombo, del leader che parla al mondo intero convinto che il mondo intero sia ancora in ascolto. È l'arroganza di chi, dopo decenni di egemonia, non riesce ad accettare che il tempo del "padrone unico" sia (in una certa parte) finito. E negli ultimi giorni della trattativa Usa-Iran, questa arroganza si è mostrata nuda, quasi oscena, davanti agli occhi di chi ancora si vuole ostinare a leggere i fatti senza filtri.
L'ultimo atto di una trattativa grottesca
Siamo alla fine di maggio 2026. Dopo mesi di escalation, colpi, controcolpi, blocchi navali e minacce reciproche, Washington e Teheran sembrano aver raggiunto un memorandum d'intesa preliminare: sessanta giorni di tregua, riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi imposti, avvio di negoziati sul nucleare, gestione dell'uranio arricchito, qualche deroga alle sanzioni sul petrolio. Un'intesa fragile, mediata anche da pakistani e cinesi, che Trump non ha ancora siglato definitivamente. Il messaggio dalla Casa Bianca è chiaro e rivelatore: «Il tempo è dalla nostra parte. Non affrettiamo nulla».
Ecco l'arroganza. Non è solo tattica negoziale. È la convinzione profonda che l'Iran – umiliato dalle strike israeliane e americane dell'anno precedente, con l'economia sotto pressione e le proteste interne – debba comunque chinare il capo e accettare le condizioni dettate da chi si sente ancora l'unico arbitro del pianeta. Trump e i suoi parlano di "zero enrichment" come di un diritto divino, mentre Teheran ricorda che l'arricchimento è questione di dignità nazionale. Nel frattempo, il mondo multipolare osserva: la Cina si candida come garante, la Russia resta in scia, e gli stessi alleati europei appaiono sempre più spettatori nervosi e apertamente disinteressati ad entrare in conflitto con l'Iran.
La storia recente insegna. Quando l'amministrazione Trump uscì dal JCPOA nel 2018, lo fece con la stessa sicumera: "Massima pressione" avrebbe piegato gli ayatollah. Risultato? Iran più vicino alla soglia nucleare, asse della Resistenza rafforzato, e un Medio Oriente instabile che oggi costa caro anche a chi ha premuto il grilletto. L'arroganza non impara dai propri errori: li ripete a volume più alto o se preferite a ritmo più serrato.
L'arroganza come patologia del potere unipolare
Ma non fermiamoci al caso Usa-Iran. L'arroganza del potere è un fenomeno più generale, quasi antropologico, che si manifesta quando un soggetto (Stato, élite, impero) si convince di essere fuori dalla storia. Crede di scrivere le regole invece di subirle. Pensa che la forza militare ed economica sia sinonimo di intelligenza strategica. E soprattutto, non tollera che altri – Russia, Cina, Iran, Turchia, i BRICS in espansione – pretendano di sedersi al tavolo da pari.
Chi detiene (o crede di detenere) il potere assoluto sviluppa una forma di cecità selettiva. Non vede la stanchezza dei propri alleati, il risentimento dei popoli sottoposti a sanzioni extraterritoriali, l'ascesa di tecnologie e mercati alternativi che aggirano il dollaro e il sistema SWIFT. Vede solo sé stesso: il "necessary nation", l'indispensabile, l'eccezionale. Il resto è barbarie da civilizzare o da punire.
Questa mentalità ha prodotto disastri prevedibili: l'Iraq del 2003, la Libia del 2011, le "primavere arabe" trasformate (volutamente da qualcuno) in inverni jihadisti, le sanzioni infinite che spesso rafforzano i regimi che vorrebbero abbattere e chi più ne ha più ne metta andando a ritroso. Nel caso iraniano, l'arroganza si mescola a un altro vizio: la proiezione. Si accusa Teheran di "hubris" per aver difeso la propria sovranità e i propri interessi regionali, mentre si ignora che gli Stati Uniti mantengono centinaia di basi militari sparse per il globo e pretendono di controllare rotte marittime vitali per l'energia mondiale.
Nel mondo multipolare che avanza, questa arroganza diventa non solo moralmente ripugnante, ma strategicamente suicida. Perché il potere vero, oggi, non è più quello di schiacciare l'avversario, ma di negoziare senza umiliarlo. È la capacità di riconoscere che l'era dell'unipolarismo è tramontata non per bontà altrui, ma per logica storica: la diffusione della tecnologia, l'ascesa demografica ed economica dell'Asia, il rifiuto crescente di un ordine basato su "regole" scritte a Washington o nella city londinese.
Oltre l'imperialismo che non vuole morire
L'Iran non è la perfezione. Ha i suoi errori, le sue questioni interne. Ma la lezione di questi giorni è un'altra: nessuna nazione, per quanto potente, può pretendere di dettare legge in eterno. L'arroganza del potere a trazione unipolare sta producendo esattamente ciò che voleva evitare: un'accelerazione del multipolarismo. Mentre Trump temporeggia sul memorandum, Pechino e Mosca tessono reti alternative, e paesi del Sud globale guardano con crescente fastidio alle prediche occidentali.
La vera umiltà strategica – quella che manca a chi è ubriaco di potere – consisterebbe nel riconoscere che il XXI secolo non sarà più il secolo americano, ma un secolo di equilibri complessi e dunque - per forza di cose - di squilibri costanti, dove nessuno detiene il monopolio della verità né della forza. Fino a quando Washington (e chi la segue ciecamente) non capirà questo, continuerà a produrre guerre inutili, trattative umilianti e un declino che sarà tanto più doloroso quanto più verrà negato.
L'arroganza del potere non è solo un difetto morale e mortale. È un errore di calcolo storico. E la storia, si sa, prima o poi presenta il conto. Con gli interessi.
