L’Europa che non esiste (e quella che abbiamo scorto solo per un attimo)
di Sergio Saraceni

In questo ultimi giorni mi sono fermato a parlare di un tema che ritengo sia particolarmente spinoso, con un militante, uno di quelli che ha la sua Patria nel cuore, ma anche i padri greci e romani, i poeti, ed i sacrifici dei soldati, tutti elementi che hanno composto l'humus di quella che sentiamo essere l'Europa.
Esiste un'Europa che non è mai nata. Non possiamo vivere di un'utopia astratta, ma di una possibilità storica concreta, interrotta da scelte, sconfitte e tradimenti. Quell'Europa avrebbe potuto essere il prodotto di tre condizioni realizzate fino in fondo: la definitiva sconfitta dei turchi ottomani nelle loro terre d'origine, la ricomposizione dell'ordine continentale sotto le monarchie imperiali, e la preservazione attiva delle Tradizioni e della Fede come fondamento vivente, non come reliquia da museo.
La sconfitta che non fu totale:
Dal XIV secolo in poi l'espansione ottomana non fu un semplice scontro militare, ma uno scontro di civiltà. Lepanto (1571) ed ancor prima Vienna (1683), con la riconquista balcanica del Settecento, furono vittorie parziali. L'Impero ottomano non fu mai smantellato nella sua radice anatolica e vicino-orientale. Se le potenze cristiane avessero portato la guerra fino a Costantinopoli e oltre, se avessero ricostruito uno spazio cristiano continuo dal Danubio all'Egeo e all'Anatolia occidentale, l'Europa avrebbe evitato secoli di pressione demografica, culturale e militare sul proprio fianco sud-orientale. Non si tratta di fantasie di crociata: si tratta di geopolitica. Un vicino Oriente drasticamente ridimensionato e non più potenza rivale avrebbe liberato l'Europa dalle attenzioni verso il nemico dell'Atlantico. Invece restò un fronte permanente, che consumò energie e generò divisioni tra le monarchie cristiane stesse.
L'impero che non tornò:
Dopo il crollo del Sacro Romano Impero e poi degli imperi asburgico, russo e ottomano nel 1918, l'Europa scelse la via degli Stati nazionali e, più tardi, quella delle democrazie di massa. Le monarchie imperiali — con tutti i loro limiti, le loro rigidità e le loro ingiustizie — avevano almeno tentato di tenere insieme popoli diversi sotto un'autorità superiore e una tradizione dinastica. D'altronde gli Asburgo avevano dimostrato che un ordine plurinazionale era possibile. Fu abbandonato per scelta da chi venne dopo le monarchie - e ciò avvenne per motivi ben più gravi che semplice miopia.
Tradizione e Fede come sostanza, non come ornamento:
La terza condizione è la più decisiva e la più negletta. L'Europa moderna ha progressivamente svuotato il proprio contenuto spirituale. La Fede non era un'ideologia: era il linguaggio comune, la misura del tempo, la giustificazione del sacrificio, la disciplina del corpo e dello spirito. Le Tradizioni (dalle corporazioni alle forme di educazione, dalla liturgia al diritto naturale) non erano folklore: erano istituzioni viventi. Quando queste furono ridotte a "patrimonio culturale" o a materia privata, restò solo la tecnica e il consumo. Un'Europa che avesse difeso attivamente queste radici avrebbe avuto un'identità più forte della mera somma dei suoi PIL o delle sue procedure burocratiche.
Il barlume di un fuoco:
Quell'Europa non nacque. Eppure, per un brevissimo momento, qualcosa di simile apparve. Tra il 1939 e il 1945 si vide un continente intero mobilizzato con un'intensità quasi spartana. Uomini che marciavano al passo dei panzer, donne e anziani che tenevano in piedi le città sotto le bombe, bambini educati secondo modelli di disciplina fisica e morale che richiamavano l'agoghé. Non è un'apologia. È un fatto storico: in quegli anni l'Europa conobbe una passione collettiva, un senso del destino e del sacrificio che le democrazie liberali del tempo di pace non hanno mai saputo generare. E per un attimo l'Europa sembrò capace di muoversi come un corpo unico, non come un insieme di interessi nazionali o di classi in conflitto.
Come l'Italia, solo più grande:
Il problema di fondo resta lo stesso dell'Italia: l'incapacità di essere una cosa sola se non sotto pressione estrema. L'Italia esiste pienamente solo nei momenti di emergenza o di celebrazione retorica; il resto del tempo è somma di particolarismi, di clientele, di resistenze locali. L'Europa è la stessa cosa su scala continentale. Si unisce quando deve difendersi da un nemico chiaro o quando una minaccia esterna costringe a una solidarietà minima. Al di fuori di queste contingenze, prevale la frammentazione: interessi nazionali, egoismi fiscali, divergenze culturali profonde mascherate da retorica unitaria.
Il paradosso del Muro:
Il momento più autentico di unità europea del secondo Novecento non fu un trattato, non fu un'istituzione, non fu un mercato comune. Fu la lotta contro il Muro di Berlino. Mentre il cemento divideva fisicamente una città e un continente, milioni di europei — da Est e da Ovest — condivisero un'esperienza comune: la sofferenza della separazione e la volontà di abbatterla. La solidarietà non nasceva da procedure o da fondi strutturali: nasceva dalla consapevolezza che qualcosa di fondamentale era stato spezzato. Quando il Muro cadde, quella solidarietà si dissolse rapidamente in negoziati, in interessi, in nuove divisioni. L'unità vera era stata quella della resistenza al muro, non quella dell'amministrazione post-muro.
L'Europa rimane una possibilità mancata. Quella che abbiamo scorto per un attimo, focosa, mobilitata, capace di sacrificio, non è qualcosa a cui pensare ulteriormente, è stata una parentesi. Quella che esiste oggi è un'entità giuridico-economica che non funziona e che si sfalda. Come l'Italia, solo con più lingue (massacrate) e più memorie (corte).
