La dialettica dell’egemonia in declino: Meloni, Trump e i repentini cambi di casacca nell’era multipolare
20.06.2026

di Sergio Saraceni
La dialettica dell’egemonia in declino: Meloni, Trump e i repentini cambi di casacca nell’era multipolare
di Sergio Saraceni
In un mondo che vira sempre più verso la concezione di multipolarità, le alleanze atlantiche rivelano (ulteriormente) la loro natura contingente e strumentale. L’ultima bagarre tra Giorgia Meloni e Donald Trump non rappresenta un’anomalia episodica, bensì l’espressione paradigmatica di un meccanismo ricorrente: è il voltafaccia rapido dell’alleato subordinato quando il polo egemone unipolare mostra segni di debolezza o di imprevedibilità. Analizziamo il fenomeno con gli strumenti che la realtà ci dona.
Il contesto strutturale: unipolarismo in crisi e ascesa multipolare
Il sistema internazionale post-1945, fondato sull’egemonia statunitense, ha sempre privilegiato alleanze gerarchiche piuttosto che paritarie. L’Italia, inserita nel quadro NATO e UE, ha storicamente funzionato come “portaerei” mediterranea dell’impero atlantico, cedendo sovranità in cambio di protezione e legittimazione. Giorgia Meloni, giunta al potere con una retorica sovranista e “anti-sistema”, ha rapidamente ridefinito il suo posizionamento come fedele alleata dell’amministrazione di Biden prima e di Trump poi, e come interlocutrice pragmatica nell’ambito euro-atlantico.
Tuttavia, gli eventi recenti – tensioni sull’ Iran, le critiche reciproche sul Papa Leone XIV, le minacce di ridimensionamento della presenza militare USA in Italia e lo scontro pubblico al G7 su presunte “suppliche” per una foto – illuminano la fragilità di tali legami. Trump, con il suo stile transazionale e imprevedibile, ha accusato la Meloni di mancanza di coraggio e di incoerenza sulla questione iraniana, mentre la premier italiana ha risposto con durezza.
Questo non è un mero scontro di personalità, ma il riflesso di dinamiche sistemiche più profonde. Nel quadro multipolare, descritto da autori come Aleksandr Dugin o nelle analisi cino-russe, il potere egemonico unipolare perde la capacità di imporre lealtà assoluta. Gli attori secondari, come l’Italia, iniziano a calibrare le proprie mosse in funzione di interessi nazionali e opportunità emergenti da altri poli (Russia, Cina, mondo islamico non allineato).
La psicologia del cambio di casacca: dall’alleato “indiscusso” al capro espiatorio
Un fenomeno ricorrente nella storia delle alleanze imperiali è il repentino abbandono dell’ex “amico” quando questi diventa politicamente costoso o quando l’egemone percepisce un calo di utilità. Meloni aveva costruito parte della sua narrazione sul rapporto privilegiato con Trump: incontri, endorsement, visione condivisa su immigrazione, valori conservatori e critica al globalismo woke. Eppure, non appena Trump avverte segnali di divergenza – sul sostegno europeo all’Ucraina, sulla gestione della crisi iraniana o su questioni vaticane – la retorica si rovescia: da “anima gemella” a “inaccettabile”.
Questo meccanismo ricorda la dinamica descritta da Machiavelli nei Discorsi: i principi e i popoli seguono la fortuna del potente finché essa dura; al primo rovescio, emergono i calcoli freddi dell’interesse. In termini più moderni, la teoria delle bandwagoning vs balancing di Waltz e Mearsheimer spiega come gli stati minori si accodino al forte, ma prontamente si riequilibrino quando il costo dell’allineamento supera i benefici.
La Meloni incarna la contraddizione di quello che chiameremo il “sovranismo atlantista”: critica l’UE quando serve a fini interni, ma ne difende la cornice quando Trump minaccia dazi. Il cambio di casacca non è ideologico, ma opportunistico. Quando l’“ex alleato mai messo in discussione” (Trump) appare in difficoltà – o semplicemente assertivo nei confronti degli interessi europei – la premier italiana, come altri leader continentali, opera un riposizionamento rapido, invocando “interessi nazionali” o “valori condivisi” che fino a ieri erano subordinati alla lealtà atlantica.
Dobbiamo infine considerare le implicazioni per l’Italia e per l’Europa:
Questo episodio accelera la crisi di legittimità del blocco atlantico. In un mondo multipolare, dove Iran, Cina e Russia consolidano partenariati strategici, l’Italia non può permettersi di rimanere ancorata a un’unipolarismo agonizzante. La bagarre Meloni-Trump evidenzia i limiti di una politica estera schizofrenica: sovranista a parole, subalterna nei fatti.
Dal punto di vista scientifico, occorrerebbe studiare questi fenomeni attraverso lenti multidisciplinari: geopolitica, psicologia politica delle élite e analisi dei cicli egemonici. I repentini cambi di casacca rivelano non solo l’opportunismo individuale, ma la natura intrinsecamente instabile delle alleanze gerarchiche in fase di transizione sistemica.
L’Italia, erede di una civiltà millenaria, ha l’opportunità – e il dovere – di perseguire una via autonoma: dialogo con tutti i poli, difesa della sovranità energetica e monetaria, valorizzazione delle radici mediterranee e cristiane senza subordinarle a diktat esterni. La lezione tratta da questi scontri è chiara: nell’era multipolare, la vera sovranità non si conquista con i proclami, ma con la coerenza strategica e la capacità di navigare le correnti del cambiamento globale senza legarsi a un solo albero che sta perdendo interi rami.
