Le probabili dinamiche dell'imprevedibile decisionismo trumpiano e la strumentalizzazione dei focolai di crisi: il caso dello Stretto di Hormuz
19.07.2026
di Sergio Saraceni

In un’intervista rilasciata a NBC News domenica 12 luglio 2026, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato con caratteristica enfasi: «Lo Stretto di Hormuz è aperto, li abbiamo bombardati pesantemente». La dichiarazione, inserita nel contesto di persistenti tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, non costituisce una mera comunicazione operativa, bensì un atto retorico denso di implicazioni strategiche, psicologiche e geopolitiche. Essa merita un’analisi che vada oltre la contingenza per interrogarsi sulle funzioni strutturali della provocazione nel repertorio politico contemporaneo.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi nevralgici dell’economia globale: attraverso questo passaggio transita circa il 20-30% del petrolio mondiale. La sua “apertura” o chiusura non è solo una questione logistica, ma un moltiplicatore di instabilità che influenza prezzi energetici, equilibri regionali e, per estensione, la tenuta delle alleanze occidentali. L’affermazione di Trump, che rivendica un’azione militare decisiva («li abbiamo bombardati pesantemente»), si inscrive in una sequenza più ampia di comunicazioni assertive che alternano minacce, annunci di vittoria e appelli alla de-escalation selettiva. Tale pattern non è nuovo nella sua prassi: già in passato, durante il primo mandato, la politica iraniana dell’amministrazione Trump oscillava tra “maximum pressure” e aperture negoziali teatrali.
Da un punto di vista intuitivo, questa retorica opera su almeno tre livelli. In primo luogo, il livello domestico: in un contesto di polarizzazione interna, la narrazione del leader forte che “bombarda pesantemente” e riapre rotte vitali consolida il consenso tra le fasce elettorali che interpretano la forza militare come sinonimo di competenza e restaurazione dell’egemonia americana. Si tratta di una forma di politica spettacolarizzata che trasforma crisi complesse in duelli binari tra “noi” e un avversario demonizzato, riducendo la complessità geostrategica a un racconto di virilità decisionista.
In secondo luogo, il livello dissuasivo-regionale: dichiarare la riapertura dello stretto dopo presunte azioni di forza serve a proiettare un’immagine di superiorità tecnologica e operativa statunitense (e israeliana), mirando a scoraggiare risposte iraniane dirette o per procura (Houthi, Hezbollah, milizie sciite). Tuttavia, questa assertività rischia di configurarsi come una provocazione calcolata: ogni dichiarazione trionfalistica può infatti fungere da catalizzatore per una contro-mobilitazione, riaccendendo focolai latenti in un Medio Oriente già frammentato da decenni di interventi esterni, guerre per procura e rivalità settarie.
Terzo, e più insidioso, il livello strategico-strutturale: le continue provocazioni verbali e le minacce esplicite sembrano perseguire una logica di “gestione del caos controllato”. Riaccendere o mantenere vivi focolai di guerra – o la percezione di essi – permette di giustificare ingenti spese militari, di rinsaldare legami con partner regionali (Arabia Saudita, Emirati, Israele) preoccupati dall’espansionismo iraniano, e di distrarre l’opinione pubblica da dossier interni più spinosi (economia, migrazioni, divisioni culturali). In termini schmittiani, il nemico esterno diventa lo strumento per ridefinire l’identità politica interna e per legittimare l’eccezione permanente.
Certo, non si può ignorare il dato di fatto: l’Iran, attraverso il suo programma nucleare, il sostegno a reti proxy e una retorica anti-occidentale intransigente, rappresenta una sfida reale per le mire imperialiste Israelo-statunitensi.
In ultima analisi, la dichiarazione di Trump sullo Stretto di Hormuz illumina una tensione irrisolta della politica internazionale contemporanea: il rischio che un personalismo iper-comunicativo trasformi (ulteriormente) la diplomazia in un'arena di reality geopolitico. Questo approccio si lega alla ben nota imprevedibilità decisionista di Trump, osservata (purtroppo) attraverso oscillazioni rapide tra escalation massicce e improvvisi annunci di accordi, come documentato nel suo precedente mandato. Tale imprevedibilità, più che un tratto caratteriale isolato, emerge come pattern fattuale nelle dinamiche di crisi: azioni assertive come i bombardamenti rivendicati possono aprire fasi di confronto armato con l'Iran, ma allo stesso tempo rendono complesso prevedere vie d'uscita stabili. La ripresa delle ostilità dirette o indirette rischia infatti di intrappolare l'amministrazione in un ciclo da cui è difficile disimpegnarsi senza apparire in ritirata, amplificando i costi strategici ed economici di un confronto prolungato in un teatro così critico come Hormuz. In questo senso, la gestione trumpiana delle crisi appare come un doppio taglio: efficace nel proiettare forza immediata, ma potenzialmente autolimitante nel costruire soluzioni durevoli..
