Torna il Maccartismo? Alcune considerazioni sul concetto di “terrorismo”, sui “terrorismi” e sul vertice promosso negli Usa

19.07.2026
di Sergio Saraceni 
Il ritorno di pratiche reminiscenti del maccartismo negli Stati Uniti, in un contesto geopolitico caratterizzato da tensioni interne ed esterne com'è quello odierno, dovrebbe sollevare in noi tutti degli interrogativi profondi sulla natura del potere, sulla definizione di minaccia e sulla strumentalizzazione del concetto di sicurezza nazionale. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di affrontare il problema. 

Il concetto di “Terrorismo”: etimologia, definizioni e sfide epistemologiche

Il termine “terrorismo” deriva dal latino “terror” (paura, spavento) e acquisì connotazioni politiche moderne durante il periodo del cosiddetto “Terrore giacobino” (1793-1794) nella rivoluzione francese, dove indicava lo strumento di stato per consolidare il potere “rivoluzionario”. Oggi, tuttavia, manca un consenso universale su una definizione giuridica vincolante a livello internazionale, come evidenziato da numerosi studi accademici e risoluzioni ONU.

Secondo l’approccio accademico consolidato di Alex P. Schmid (revised academic consensus definition, 2011), il terrorismo è una dottrina e una pratica di violenza calcolata, dimostrativa e diretta, priva di vincoli legali o morali, mirata principalmente a civili e non-combattenti per produrre effetti propagandistici e psicologici su molteplici audience. Elementi chiave includono: l’intento di generare terrore oltre le vittime immediate, la differenziazione tra vittima diretta e target ultimo (spesso un governo o una popolazione), la natura politica o ideologica, e il carattere di campagna piuttosto che di atto isolato.

Il diritto internazionale, pur senza una definizione unica, converge su elementi comuni: atti criminali che causano morte o lesioni gravi, con l’intento di intimidire una popolazione, costringere un governo o un’organizzazione internazionale, spesso per scopi politici, religiosi o ideologici (cfr. Convenzione per la soppressione del finanziamento del terrorismo, 1999; Risoluzione ONU 1566/2004).

La sfida principale è la politicizzazione: ciò che per uno è terrorismo, per un altro è resistenza legittima o guerra asimmetrica. Questo relativismo – rappresentato anche dalla frase di concetto “one man’s terrorist is another man’s freedom fighter” – complica l’analisi oggettiva e apre la porta ad abusi di vario tipo.

Parliamo di “Terrorismi”: una tipologia ampia e non riduttiva

È necessario distinguere le varie tipologie di terrorismo per evitare riduzionismi al mero atto violento:

1. Terrorismo non-statale (o sub-statale): Perpetrato da gruppi o individui (es. Al-Qaeda, ISIS). Caratterizzato da violenza asimmetrica per obiettivi ideologici.

2. Terrorismo politico: Mirato a influenzare processi decisionali statali. Qui emerge una critica legittima: se la politica dovrebbe servire il popolo, atti che lo “bombardano” tradiscono questa funzione. Tuttavia, storicamente, molti movimenti di liberazione nazionale sono stati etichettati come terroristici prima di essere riconosciuti come attori legittimi. 

3. Terrorismo di Stato (state terrorism o state-sponsored): Quando uno Stato usa o supporta violenza per terrorizzare popolazioni interne o esterne. Concetto controverso ma analizzato in letteratura (ad esempio da Noam Chomsky). Esempi storici includono campagne di bombardamenti su civili, operazioni di destabilizzazione o supporto a proxy. A tale proposito ci sono migliaia di critiche alla politica estera statunitense – da Cuba fino agli interventi in America Latina – rientrano in questo dibattito, evidenziando come azioni militari, di intelligence e sanzioni economiche possano generare terrore sistemico.

4. Terrorismo psicologico e mediatico: questa è una forma molto più sottile e allo stesso tempo pervasiva. Attraverso la propaganda, la sorveglianza di massa, le narrative dominanti e la cosiddetta “cancel culture”, si inducono paura, autocensura e conformismo. La psicologia sociale mostra come il terrore psicologico erode il dissenso senza violenza fisica.

5. Terrorismo economico: l’uso di sanzioni, o la stessa manipolazione finanziaria per destabilizzare società, può causare sofferenze di massa tra cui fame ed anche grandi migrazioni. 

Questi sono tutti dei “terrorismi”, cioè diverse facce del concetto di “terrorismo” e non sono mutuamente esclusivi; spesso si intersecano in un continuum di coercizione. Il terrorismo di matrice statale, in particolare quello attribuito a superpotenze come gli USA, presenta una matrice politica forte ma trasversale rispetto ai partiti (democratico e repubblicano), configurandosi come elemento strutturale dell’egemonia globale – militare (basi, droni), spionistico (NSA, Five Eyes), mediatico (soft power hollywoodiano e think-tank) ed economico (dollaro, FMI, sanzioni).

Questa visione del potere statunitense sottolinea come la continuità bipartisan superi divisioni retoriche, rendendo il “terrorismo di Stato” un fenomeno sistemico consolidato piuttosto che episodico.

Il vertice promosso dagli USA: Eco di Maccartismo?

Il vertice ministeriale organizzato dal Segretario di Stato Marco Rubio a Washington, volto a formare una coalizione internazionale contro reti estremiste di sinistra transnazionali, inclusa la sigla “Antifa”, richiama - dal nostro punto di vista - parallelismi storici con il maccartismo degli anni ’50. Allora, la “paura rossa” portò a liste nere, indagini ideologiche e repressione del dissenso sotto l’egida della sicurezza nazionale. Persino un pensatore come Aldous Huxley si trovò (come molti altri) preda di questa vasta caccia alle streghe. 

Oggi, l’enfasi americana sul “far-left extremism”, sulla violenza contro forze dell’ordine e sulle reti comuniste/anarchiche (per quanto concreta come problematica, presente anche in Italia ed Europa) suggerisce una ridefinizione maliziosa e ben più allargata della minaccia che si vuole affrontare. L’Italia ha partecipato, allineandosi a una strategia atlantica. Tuttavia, l’ambiguità del mandato – combattere il terrorismo o etichettare il dissenso politico? – rischia di produrre un boomerang: cioè la criminalizzazione selettiva che erode libertà civili.

Senza ombra di dubbio la violenza di estrema sinistra esiste negli Usa ed in Europa, così come è ancora presente in America la presenza dei suprematisti bianchi (associabili - a tratti con forti difficoltà - al mondo repubblicano statunitense, ma non facilmente alla “destra” europea, come si vorrebbe far credere). 

La percezione americana di “antifa” e contestatori: Tra ideologia e organizzazione

Negli Stati Uniti, “Antifa” non è un’organizzazione centralizzata con comando unico, ma un movimento decentralizzato, un’ideologia anti-fascista che mescola anarchismo, marxismo autonomo e l’azione diretta. L’FBI, sotto direttori come Christopher Wray, lo ha definito più un’ideologia che un gruppo strutturato, pur indagando individui per atti violenti (es. durante proteste 2020 post-George Floyd).

L’amministrazione repubblicana Trump ha spinto per designazioni terroristiche dopo fenomeni di “urban guerrilla warfare”. Questo amplia il concetto di “Antifa” a includere dissidenti non necessariamente di sinistra: contestatori ambientali, anti-globalizzazione, critici del complesso militar-industriale o del sionismo. La fluidità permette di etichettare come “antifa-like” proteste pacifiche anche di dissenso legittimo, rischiando di soffocare il Primo Emendamento americano (Sic!).

La confusione tra libera protesta e terrorismo è amplificata da media polarizzati: per alcuni, la sigla “Antifa” è resistenza eroica; per altri, minaccia esistenziale all’ordine liberale.

In generale, i contestatori americani – da “Occupy Wall Street” a “Black Lives Matter” fino ai pro-Palestine – sono spesso inquadrati attraverso lenti securitarie quando sfidano lo status quo, indipendentemente dall’orientamento. E questo riflette una tendenza storica alla patologizzazione del dissenso interno.

La confusione italiana sui “Pro-Pal” di destra

In Italia, il dibattito sui sostenitori della Palestina è segnato da una dicotomia semplificatoria: si associa automaticamente la causa pro-Pal alla sinistra radicale, ignorando o minimizzando componenti di destra o trasversali. Eppure, realtà nazionaliste, cattolico-tradizionaliste, anti-globaliste o anti-sioniste di orientamento differente a quello di sinistra hanno storicamente espresso posizioni critiche verso Israele, vedendo nel sionismo il primo vettore del mondialismo.

Le proteste di massa in Italia mostrano, su alcune piazze, un ampliamento oltre la sinistra: lavoratori, giovani, e ampie aree della destra partecipano, criticando la politica estera di governi come quello Meloni, allineato a Israele e agli USA. La narrazione dominante riduce il fenomeno a “sinistre radicali” o “estremisti”, oscurando la più ampia complessità del fenomeno e del pensiero – inclusi echi di antimperialismo tradizionale di destra e solidarietà umanitaria trasversale, nonché il concetto di autodeterminazione dei popoli.

Questa confusione è funzionale al sistema (ovviamente): etichettare come “di sinistra” queste proteste permette di delegittimare senza confrontarsi con argomenti sostanziali (diritto internazionale, occupazione, diritti umani) e di governare una forte ed influenzabile fetta di elettorato. Adesso il vertice USA rischia di accentuare questa logica binaria, complicando ancor di più il pluralismo del dissenso italiano.

Conclusioni: un'ordine ambiguo e i suoi rischi 

Lo “sceriffo mondiale” impone un ordine che, per sua natura ambigua, può trasformarsi in boomerang: la repressione del dissenso sotto l’etichetta dell’antiterrorismo, l’erosione della libertà, la polarizzazione accentuata. Il concetto di “terrorismo”, se dilatato ideologicamente, diventa strumento di controllo sociale piuttosto che di protezione della popolazione innocente. Ma ciò può generare vere e proprie tensioni che possano portare alle estreme conseguenze (l'Italia ha già vissuto anni in cui il terrorismo ha dilaniato e diviso il paese). 

Una risposta matura del nostro governo richiederebbe delle definizioni precise, proporzionalità e distinzione tra violenza e protesta pacifica, e il riconoscimento della pluralità di “terrorismi” – inclusi quelli di Stato. 

Solo così si potrà evitare il ritorno di un maccartismo bifronte (che d'altronde stiamo già in un certo senso vivendo dopo l'ultima proposta di decreto legge a cura di Maurizio Gasparri, contro chi contesta il movimento sionista). Il paziente lettore è invitato a una vigilanza critica: la paura del terrore non deve generare terrore della libertà.