Una spigolatura sul Salmo 128 (127)

26.09.2026

di Gerardo Rapini

Salmo 128
Tempio di Gerusalemme

Questo salmo costituisce parte di quel gruppo chiamato "Salmi delle ascensioni", numerati dal 120 al 134. Sono per lo più caratterizzati dalla brevità e gli studiosi assegnano loro 3 finalità:

  • Il pellegrinaggio verso Gerusalemme;

  • La salita dei gradini del Tempio;

  • Il ritorno dall'esilio di Babilonia.

La prima è quella più accreditata dagli studiosi. Essa è legata alla geografia e alla liturgia ebraica. I fedeli israeliti cantavano questi salmi durante il viaggio di pellegrinaggio verso il Tempio di Gerusalemme in occasione delle tre grandi feste (Shalosh Regalim): la Pasqua (Pesach), la Pentecoste (Shavuot) e la Festa delle Capanne (Sukkot – He Chag). Poiché Gerusalemme si trova in una zona montuosa (circa 750 metri sopra il livello del mare), viaggiare verso la città santa significava letteralmente "salire", figura del camminare verso Dio, l'Altissimo (Mt 21,9).

La seconda risale ad un'antica tradizione rabbinica che associa questi salmi ai gradini che collegavano il cortile delle donne a quello degli israeliti all'interno del Tempio di Gerusalemme. I leviti intonavano questi canti salendo uno scalino alla volta durante le cerimonie liturgiche.

Un'ulteriore interpretazione storico-letteraria legge questi componimenti come i canti che hanno accompagnato la "salita" (il ritorno) del popolo ebraico dalla terra d'esilio a Babilonia alla terra promessa. (Sal 126,3)

Il Salmo 128 (127) ci porta dentro la rivelazione biblica sulla famiglia. Studiare questo salmo consente di dire, inoltre, che è pieno di sorprese tutte rintracciabili nel testo biblico, in sintonia con il principio ermeneutico (interpretativo) secondo il quale la Sacra Scrittura si spiega innanzitutto con la Sacra Scrittura (Scrutare le Scritture – Gv. 1,45-51). Il Vangelo autorizza anche i cristiani ad accogliere questa particolare modalità di entrare in dialogo, personale o comunitario, con la rivelazione biblica, quindi con Gesù, la Parola stessa fatta carne (Gv 1,14), a giudicare dalle parole dette da Gesù, riportate dall'evangelista Luca a proposito del racconto del viaggio verso Emmaus: "Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture...". (Lc 24,44-45)

La famiglia nella Bibbia ha il suo fulcro nell'uomo e nella donna, marito e moglie, connotati sessualmente come maschio e femmina. Nel primo libro della Bibbia, il racconto della creazione si conclude con la comparsa del genere umano, connotato, innazitutto, da una marcata differenziazione sessuale, tradotta in italiano, un po' pudicamente, con maschio e femmina. Nel testo masoretico questa differenziazione è ancor più netta e decisa se osserviamo che per dire "maschio" utilizza zakar, "puntuto", e neqeba, "forata", per femmina (Gen 1,27), con un evidente riferimento alla diversità degli organi sessuali, tesi  che prelude ogni ulteriore differenziazione. Sempre in questo libro, nel secondo racconto della creazione l'autore usa i termini ish, tradotto nella Bibbia CEI con "uomo" e ishsha con "donna", precisando che: "Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolto all'uomo, una donna [il grassetto è mio] e la condusse all'uomo." (Gen 2,22) . Questi due termini indicano più propriamente marito e moglie che sono considerati tali nella cultura ebraico-biblica nel momento in cui i promessi sposi hanno il loro primo rapporto sessuale dopo il matrimonio. Infatti, in riferimento alla donna giovane "promessa sposa e vergine" nell'ebraico biblico si usano due altre parole: almah per indicare "una giovane in età da marito" e betulah "nessun uomo l'aveva conosciuta", come raccontato nell'episodio dell'incontro del servo di Abramo con Rebecca in Gen 24.

Torniamo al salmo il cui primo versetto dice: "Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie". Potremmo subito dire che questo versetto ci fornisce un importante prerequisito: la condizione di gioia profonda contenuta nella parola Beato, che scaturisce dal temere il Signore Dio e camminare nelle sue vie. La parola ebraica utilizzata è ashré o ashrei. La traduzione greca fatta dai Settanta utilizza makarion che, per l'appunto significa "beato, felice" e la traduzione italiana non è del tutto impropria. Infatti nel versetto successivo, "vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice (ashreka) e godrai di ogni bene", ashreka contiene ashre che, in realtà, si traduce con "avanza, va avanti, cammina dritto". Lo stato di beatitudine e di gioia profonda si lega così strettamente al "cammino" del credente ed al suo procedere verso Dio.

Innanzitutto, va detto che il pronome relativo chi della traduzione italiana, soggetto dei verbi "teme" e "cammina", lo possiamo intendere come un adattamento abbastanza appropriato, ma meno deciso del pronome indefinito chiunque del testo ebraico. Il verbo temere non è inteso come "avere paura", significato tra gli altri presente nel dizionario, ma è qui inteso come accostarsi a Dio con riverenza Gen (1,1).

L'altra sorpresa scaturisce analizzando il tempo dei verbi. Il salmo inizia con il tempo presente (teme, cammina) per poi proseguire al futuro (vivrai, sarai, sarà), un passato prossimo (è benedetto). Se lo si confronta con il testo in italiano di Lattes, pio ed esperto israelita, c'è il presente, mentre tutti gli altri verbi sono al futuro, tranne l'uso del congiuntivo nel versetto conclusivo "Pace sia su Israele". La traduzione italiana riflette, ovviamente, lo stile del tempo in cui è stata scritta, anche se è ancora molto utilizzata, dove previsto, nelle liturgie israelite nella nostra lingua. Da notare la differente traduzione di eshtka (da ishsha) al versetto 3 con moglie in Lattes, invece che con sposa, nel testo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) del 2008.

L'approccio della cultura ebraico-biblica rispetto allo scorrere del tempo è diverso da come lo concepiamo noi. Nella nostra lingua il tempo del verbo esprime quando avviene un'azione, la linearità (presente, passato, futuro); la mentalità ebraica originaria si concentra, invece, sullo stato dell'azione stessa. Pertanto, il tempo perfetto ( il passato) è il tempo concluso, l'azione intesa come un punto chiuso, statico; l'imperfetto (tradotto in italiano anche con il futuro in forza di alcune particolari regole linguistiche), indica l'azione come un processo aperto, non ancora finito. Pertanto, in un testo biblico la presenza del tempo presente con gli altri verbi al futuro indica nel presente il momento in cui l'azione si avvia. Il presente è l'annuncio, il futuro è il suo compimento; meglio ancora il futuro è già nel presente. E' lo stato della promessa che inizia il suo compimento da subito. Un esempio è ancor più rintracciabile ed evidente a proposito della promessa fatta ad Abramo in Gen 12,1-4, da rileggere tenendo d'occhio particolarmente il tempo dei verbi:

"Il Signore disse [il tempo al passato sottolinea la certezza] ad Abram:

"Vattene [il presente è la condizione] dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti
indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti
benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno
maledirò,
e in te si
diranno benedette
tutte le famiglie della terra".
Allora Abram
partì, come gli aveva ordinato il Signore".

Il verbo partire al nostro passato remoto ci vuol dire che la promessa ad Abramo è stata compiuta tutta. Così l'autore del testo può ben spiegare, nei capitoli successivi anche con ricchezza di particolari che Dio prende l'iniziativa, fa una promessa e la compie. Abramo crede "saldo nella speranza contro ogni speranza" (Rm 4,18), si mette in cammino e ne sperimenterà il compimento.

Chiudo questa mia spigolatura con la corona che il salmo offre nel versetto conclusivo a chiunque si avvia e procede nel cammino di Dio: "Pace su Israele" (shalom) (v. 6).  Su di essa si è scritto molto, ma mi preme sottolineare che essa si sviluppa dalla radice formata dalle lettere shin-lamed-mem, ed è focalizzata su "integrità,completezza, benessere". Da questa radice deriva l'aggettivo shalem (integro, intero, completo, perfetto, retto) e lo si usa per descrivere un cuore  autentico, in quanto privo di falsità e di secondi fini nei confronti di Dio e del prossimo (Sal 119,80). Chiunque ha un cuore integro non cerca di servire due padroni (Mt 6,24), ma orienta tutto il proprio essere, senza alcuna esitazione (Gc 1,6-8), verso il Creatore, né in lui c'è inganno alcuno (1Pt 2,22).

Macchie di Castiglione del Lago (PG) 25 settembre 1976;

                passando per Roma 13 marzo 1980; 29 dicembre 1984; Genzano di Roma 8 maggio 1989;

Frascati (RM) 25 settembre 2026.