Aleksandr Gel'evic Dugin e la modernità (seconda parte)

17.09.2026

di Gerardo Rapini

Schema geopolitico diviso in unipolare e multipolare, con frecce, teorie e nomi come Trump, Dugin e Putin, multipolarismo, unipolarismo, Deep state.
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Il momento dell'approccio con il mondo della Tradizione di Guénon ed Evola segna, dunque, i nuovi confini del pensiero di Dugin che si tuffa nel mare magnum della speculazione filosofica alla ricerca di una nuova "esperienza" metafisica, al fine di acquisire fondamenta spirituali solide. Oltrepassa e mette tra parentesi, meglio ancora, filosoficamente parlando, in epoché, (sospende, trattiene) lo sviluppo di un suo contributo in senso strettamente geopolitico, per riprenderlo successivamente. Mi riferisco, in particolare, alla influenza di Schmitt ed alla suddivisione, anche cartografica, tra tellurocrazia e talassocrazia, per affrontare di petto e sviluppare la critica della modernità che nei due pensatori tradizionalisti, Guénon ed Evola, occupa una posizione importante.

Ambedue rifiutano l'idea moderna di progresso. Lo sviluppo tecnico, scientifico ed economico non coincide, secondo loro, con un autentico avanzamento umano. Al contrario, può accompagnarsi a una regressione spirituale.

Entrambi rifiutano l'idea moderna di progresso. Lo sviluppo tecnico, scientifico ed economico non coincide, secondo loro, con un autentico avanzamento umano. Al contrario, può accompagnarsi a una regressione spirituale:

  • il materialismo riduce la realtà alla dimensione sensibile e quantitativa;

  • l'individualismo separa l'uomo da ogni ordine superiore;

  • il razionalismo, quando pretende che la ragione discorsiva esaurisca la conoscenza;

  • l'egualitarismo, perché nega le differenze qualitative e gerarchiche;

  • la società di massa, dominata dall'uniformità e dall'anonimato;

  • la secolarizzazione, intesa come perdita del riferimento al sacro;

  • il mito del progresso, che interpreta ogni cambiamento storico come miglioramento.

La modernità appare quindi come il dominio della quantità sulla qualità, del divenire sull'essere, dei mezzi sui fini.

Guénon, dal suo punto di vista sviluppato in La crisi del mondo moderno e Il regno della quantità e i segni dei tempi, sostiene che la civiltà occidentale moderna ha reciso il legame con la Tradizione primordiale, cioè con un nucleo universale di verità metafisiche che si manifesta nelle diverse tradizioni religiose e sapienziali. La storia segue per Guénon un andamento ciclico, non progressivo. La modernità corrisponde alla fase terminale, assimilabile al Kali Yuga della tradizione indù; un'epoca di oscuramento spirituale in cui tutto viene misurato, standardizzato e reso intercambiabile. Propone, pertanto, una restaurazione intellettuale e iniziatica per ritrovare una tradizione autentica, collegarsi a essa e risalire dalla molteplicità dei fenomeni all'unità dei principi, diffidando dei movimenti politici che pretendono di ricostruire esteriormente una tradizione senza possederne il fondamento spirituale.

Evola riprende molti temi guénoniani, soprattutto in Rivolta contro il mondo moderno, ma li interpreta in maniera più attiva, eroica e politica.

Anche per lui esiste una civiltà tradizionale fondata sulla trascendenza. Tuttavia, mentre Guénon privilegia la conoscenza metafisica e la contemplazione, Evola insiste sull'ideale di una realizzazione spirituale attraverso l'azione, il dominio di sé e la differenziazione aristocratica. Il mondo tradizionale evoliano è caratterizzato da:

  • una gerarchia qualitativa tra gli esseri umani;

  • la superiorità dell'autorità spirituale e regale sul potere economico;

  • l'unione tra dimensione politica e dimensione sacra;

  • un'etica dell'onore, della disciplina e dell'impersonalità;

  • la presenza di un'élite capace di incarnare principi trascendenti.

La decadenza moderna consiste nel progressivo rovesciamento di quest'ordine. Il potere passa dalle autorità spirituali alle aristocrazie guerriere, poi alla borghesia e infine alle masse. Capitalismo e comunismo, pur opposti politicamente, vengono interpretati come espressioni della stessa civiltà materialistica, produttivistica ed egualitaria. Evola cerca inoltre una postura esistenziale adatta a chi vive quando una restaurazione generale non è più realisticamente possibile. In Cavalcare la tigre propone l'ideale dell'uomo differenziato: colui che attraversa la dissoluzione moderna senza aderirvi interiormente, utilizzando perfino alcune forze disgregatrici dell'epoca senza esserne travolto.

  • Guénon interpreta la modernità come perdita dei principi metafisici e propone un ritorno alla Tradizione attraverso la conoscenza e l'iniziazione.

  • Evola interpreta la stessa crisi come dissoluzione di un ordine spirituale, aristocratico e virile, opponendole una forma di resistenza attiva e differenziata.

Guénon è soprattutto un metafisico della crisi; Evola è un teorico della rivolta e della resistenza aristocratica. Entrambi offrono una critica della modernità, focalizzata sulla riduzione dell'uomo a produttore, consumatore e individuo isolato. Si può dire, senza timore di smentita ma suscettibile di ulteriore approfondimento, che i due teorizzano un antimodernismo radicale, una definizione che a Dugin piace molto e sottoscrive più e più volte.

Mettendo momentaneamente Dugin tra parentesi, bisogna dire innanzitutto che un approfondimento storiografico, in tale direzione, sfuma molto la netta distinzione fra le ere storiche, per cui ha davvero poco senso porci di fronte alla modernità fermando la nostra attenzione a partire dalla "scoperta dell'America", come viene ancora insegnato nelle aule scolastiche italiane, oppure dall'Umanesimo e Rinascimento o, più procrastinato e intellettualmente più raffinato, a partire dall'Illuminismo, modalità che caratterizza maggiormente le aule universitarie. Abbiamo a che fare con processi storici complessi che, comunque, hanno in comune la modernità. Se ci affidiamo ad una impostazione sociologica, si intende qualcosa di molto più recente. Altre branche delle scienze umane hanno una loro definizione. Il punto di vista di chi studia e osserva è molto importante, come è ovvio, ma corre il rischio di scatenare il tifo da stadio fra chi è a favore o chi è contrario e da questo bisogna attentamente guardarsi nell'analisi dei processi storici, che vanno sempre approfonditi. Il punto dirimente, ma è anche quello più pericoloso, lo si tocca allorquando la valutazione dei processi storici assume una connotazione etica che è parte, lo si voglia o no, della consapevolezza umana (dato coscienziale), allorquando si analizzano i valori ed i significati del comportamento umano in un dato periodo storico. Sul tavolo non ci sono solo i fatti accaduti; c'è anche il pensiero umano che ne ha informato e condizionato lo sviluppo.

Procedo con alcuni schemi, per facilitare la comprensione. Non è mio interesse valutare il come siano stati applicati, ma contro che cosa hanno rivolto l'attenzione per realizzare il progetto filosofico di emancipazione verso la modernità.

L'Illuminismo e i principali fondamenti culturali della modernità.

I principi fondamentali, seppur non omogenei e identici in tutti i filosofi, sono:

  • autonomia della ragione, contro dogmi e superstizioni;

  • libertà di pensiero, parola e coscienza;

  • uguaglianza giuridica, contro privilegi di nascita e ordini feudali;

  • tolleranza religiosa, contro persecuzioni e imposizioni confessionali;

  • fiducia nella scienza, come conoscenza fondata sull'osservazione e sulla verifica;

  • progresso, inteso come possibilità di migliorare le condizioni umane;

  • universalismo, secondo cui tutti gli esseri umani possiedono una dignità comune.

La critica romantica.

Il Romanticismo fonda una risposta critica della modernità illuministica, ma non è semplicemente un ritorno al passato. Nasce dentro la modernità e cerca di correggerne le divisioni: ragione e sentimento, individuo e comunità, uomo e natura, sapere e religione.

Nietzsche: nichilismo e morte di Dio.

Per Friedrich Nietzsche, la modernità è caratterizzata dalla morte di Dio, cioè dalla perdita dei valori assoluti su cui l'Occidente aveva fondato la propria cultura. Ne deriva il nichilismo: l'uomo non riconosce più un significato superiore dell'esistenza.

Nietzsche critica anche:

  • la morale conformistica;

  • l'egualitarismo inteso come livellamento;

  • la mediocrità dell' "ultimo uomo";

  • la subordinazione dell'individuo all'opinione della massa.

Marx: alienazione e capitalismo.

Per Karl Marx, la modernità capitalistica ha sviluppato enormemente le capacità produttive, ma ha generato nuove forme di dominio.

Il lavoratore è alienato perché:

  • non controlla ciò che produce;

  • lavora secondo finalità stabilite da altri;

  • diventa una parte del sistema produttivo;

  • vede i rapporti umani trasformarsi in rapporti economici.

Weber: razionalizzazione e disincanto.

Max Weber interpreta la modernità come un processo di razionalizzazione. La vita sociale viene organizzata secondo calcolo, efficienza, prevedibilità e controllo burocratico.

Questo processo produce il disincanto del mondo: la natura e la società non sono più percepite come realtà dotate di significato sacro, ma come oggetti da spiegare e amministrare. L'uomo moderno rischia così di restare imprigionato nella gabbia d'acciaio della burocrazia e della razionalità strumentale.

Freud: il disagio della civiltà.

Per Sigmund Freud, la civiltà moderna garantisce ordine e sicurezza, ma richiede la repressione degli impulsi individuali. Il progresso sociale non elimina quindi il conflitto interiore: può anzi accrescere il senso di colpa, la frustrazione e il disagio.

La modernità impone all'individuo di sacrificare una parte della propria libertà pulsionale per rendere possibile la convivenza.

Heidegger: tecnica e oblio dell'essere.

Martin Heidegger considera la tecnica moderna non soltanto un insieme di strumenti, ma un modo di interpretare la realtà. Il mondo viene considerato come una riserva di risorse disponibili per lo sfruttamento, mentre l'uomo stesso rischia di diventare materiale utilizzabile e sostituibile.

La modernità porta così all'oblio dell'essere: l'attenzione si concentra sull'utilità e sul controllo, perdendo la domanda sul significato dell'esistenza.

Scuola di Francoforte: ragione strumentale e industria culturale.

Adorno, Horkheimer e Marcuse criticano la degenerazione della ragione moderna in ragione strumentale, interessata soprattutto a dominare la natura e organizzare efficacemente la società.

L'industria culturale trasforma arte, informazione e divertimento in merci standardizzate. Attraverso i consumi e i mezzi di comunicazione, la società produce conformismo e bisogni artificiali. Marcuse descrive così l'uomo a una dimensione, incapace di immaginare alternative all'ordine esistente.

Bauman: modernità liquida.

Per Zygmunt Bauman, nella fase più recente della modernità istituzioni, identità, relazioni e percorsi lavorativi diventano instabili. La libertà di scegliere aumenta, ma cresce anche l'insicurezza.

L'individuo deve continuamente adattarsi e ridefinirsi; persino i rapporti umani rischiano di essere vissuti secondo la logica del consumo, come legami temporanei e sostituibili.
Da questa analisi, la cui lista potrebbe anche essere molto più lunga e articolata, emerge una semplice conclusione: la modernità, per affermarsi, esige non solo la rottura con il passato, ma la sua distruzione totale. La sua anima di fondo, progressista, sottintende la distruzione o, se si preferisce, la foga distruttiva di tutto ciò che si oppone al processo di emancipazione in atto, riempiendo così il mondo di macerie e rovine.

L'influenza di Guénon e di Evola su Dugin è di tutta evidenza, come lo sono l'ortodossia e la tradizione russe; convivono nel suo pensiero i conservatori tedeschi e molti altri pensatori fifty/fifty tra la modernità e l'essere contro la modernità, tanto che alcuni critici lo hanno accusato di eccessivo e confuso eclettismo, di aver poggiato il suo pensiero su tutto e sul contrario di tutto.

Aleksandr Dugin sviluppa una critica radicale della modernità, ma la inserisce in un progetto geopolitico e politico più esplicito rispetto a molti altri antimoderni

Dugin considera l'Illuminismo l'origine ideologica dell'individualismo, del liberalismo e dell'universalismo occidentale, contrapponendogli tradizione e pluralità delle civiltà, ma, a differenza del romantico Herder che richiama le tradizioni per svilupparle, tuttavia, in una prospettiva nazionalistica prettamente moderna, Dugin identifica la modernità con un processo storico nato in Occidente e fondato su:

  • individualismo, che dissolve le appartenenze comunitarie;

  • liberalismo, che pone l'individuo e i suoi diritti al centro della società;

  • razionalismo e scientismo, che escludono le forme tradizionali e spirituali della conoscenza;

  • secolarizzazione, che separa politica, cultura e vita sociale dal sacro;

  • capitalismo e consumismo, che riducono persone e valori a merci;

  • universalismo occidentale, che presenta il modello liberale come valido per ogni civiltà;

  • globalizzazione, vista come omologazione culturale e predominio geopolitico dell'Occidente.

Per Dugin, dunque, la modernità non è neutrale; rappresenta l'affermazione mondiale di una specifica civiltà, quella occidentale liberale. Su questo piano dello sviluppo ideologico Dugin imbocca la strada del multipolarismo, dopo aver individuato quel qualcosa di buono e di importante. che confluirà nella elaborazione della quarta teoria politica (v. recensione de La quarta teoria politica) e nel Soggetto Radicale (Dasein), che la modernità non ha ancora distrutto, ma è nel mirino della post modernità. Di questo mi occuperò nel prossimo contributo.

(continua)